“Alda Merini, L’altra verità. Diario di una diversa”: ma diversa da chi?

Prefazione di Michele Gnoffo
 
L'autrice dell'articolo Giada Pasquinucci, studentessa della Scuola di Studi Umanistici e della Formazione, corso di laurea triennale in Lettere Moderne Università degli Studi di Firenze, ha toccato un tasto che da sempre viene elicitato; i concetti di normalità, patologia e salute sono in realtà più complessi di quanto comunemente si pensi. La fragilità di tali concetti si esprime nella difficoltà di una univoca interpretazione, ed è “normale” a questo punto che ognuno di noi sia partecipe nel dare un proprio senso soggettivo alla risposta di tale questione. 
Forse è proprio nella tendenza genuina alla comprensione della soggettività che potremmo trovare un'ottica più umana. 
Questo articolo fornisce a mio parere importanti spunti per chi legge, per posizionarsi per un momento in una prospettiva più critica al riguardo di un tema molto intimo perchè si affaccia nell'oscuro mondo delle nostre paure per il diverso e l'estraneo: entrambi aspetti percepibili in chi ci sta accanto, in chi non conosciamo, o in una parte di noi stessi. 
 
 
“Alda Merini, L’altra verità. Diario di una diversa”: ma diversa da chi?
Spesso decidiamo di definire “folle” qualcuno che è semplicemente diverso da noi. Decidiamo di catalogarlo nella nostra testa come “matto” soltanto perché, ai nostri occhi, diventa il prototipo di ciò che noi non avremo mai il coraggio di essere o che, in un certo senso, è precisamente il nostro contrario. Pensiamoci un attimo: chi soffre di vertigini definisce folle colui che si getta da un aereo con un paracadute, così come chi è un tipo all’antica definisce pazza la ragazzina che si tinge i capelli di azzurro. Per qualche ragione che risiede nei nostri istinti più profondi però, l’uomo è anche portato ad avere paura di ciò che è diverso da lui, di ciò che non capisce o che non si spiega. È qualcosa di completamente irrazionale se ci pensiamo, perché, in fondo, nessuno di noi può veramente porre un limite alla normalità. Chi stabilisce cosa sia normale e cosa no? E su quali basi soprattutto? La verità è che spesso, soprattutto in passato, ci siamo convinti di poter essere noi a tracciare questo limite.  Questa paura ci ha portati a commettere errori di giudizio talmente grandi da arrecare sofferenza a molti e ci ha condotto a squallidi tentativi di sopprimere tutto ciò che non ci somigliava soltanto per sentirci più sicuri: ci ha trasformati in esseri capaci di essere crudeli, intolleranti e privi di pietà. 
Il diario di Alda Merini, in cui lei stessa racconta dieci anni passati all’interno di un manicomio, è ancora oggi un esempio non soltanto delle violenze che venivano perpetrate in quegli edifici, ma anche della sofferenza che dilagava lungo quelle mura fredde, una sofferenza che ci ricorda che coloro che ne erano gli artefici e si definivano medici erano anche coloro che oggi noi definiremmo normali. La presenza di Alda Merini all’interno del manicomio non fu nient’altro che un terribile errore: la sua malattia consisteva in una sindrome bipolare che però, in quei dieci anni, venne “curata” nei peggiori modi possibili. Sì, è vero, in un certo senso alcuni avrebbero potuto definirla pazza, malata, anche violenta se consideriamo la ragione per cui è stata rinchiusa la prima volta, ma in quel diario la nostra attenzione, pagina dopo pagina, viene completamente catturata dal fatto che i problemi di quella donna, fisici o mentali, sono nati non all’esterno, ma all’interno del manicomio. Alda ci accompagna con le sue parole alla scoperta di una realtà talmente degradante da diventare per lei una prigione, un luogo freddo, vuoto, privo d’amore e, allo stesso tempo, ci conduce anche alla scoperta di se stessa, della sua mente, della sua condizione di paziente potenzialmente pericoloso per gli altri e di donna ridotta ai minimi termini. Per donna ridotta ai minimi termini intendiamo un essere umano che viene privato della sua coscienza, della sua consapevolezza di essere donna e di essere in grado di decidere, di vivere in modo autonomo, senza l’aiuto di elettroshock o farmaci. Non a caso, le violenze peggiori che la Merini ricorda essere perpetrate nel manicomio non sono tanto quelle fisiche, quanto quelle mentali: si usava spesso la persuasione. Una volta reso completamente vulnerabile dai farmaci, il paziente cominciava a vedere nel medico una sorta di protettore, di benefattore, che azzerava il dolore e che lavorava con un unico scopo: farti sentire bene. Accanto a questa divinizzazione però, c’erano momenti in cui Alda ripiombava all’inferno e il medico diventava per lei la fonte di dolore più grande, così come anche le infermiere, di cui è ricordata soprattutto la loro scarsa capacità di amare. Paradossalmente, il manicomio diventa nel libro un luogo di tortura e un luogo di protezione, un luogo di annullamento e un luogo di scoperta: sarà lei stessa, infatti, ad affermare di aver scoperto cosa significhi realmente amare proprio lì, in mezzo ai matti, quando la notte la compagna di stanza le accarezzava i capelli corti e le rimboccava la coperta, o quando riceveva un abbraccio un po’ impacciato ma sincero da una delle ragazze, o ancora quando si è innamorata del povero Pierre. 
Eppure Alda, pur rimanendo sempre lucida e presente, ci appare nel diario come una donna svanita, quasi surreale. È lì, presente, ma in un certo senso non c’è, ed è soltanto con un atteggiamento forse un po’ kafkiano che ci fa conoscere la vera se stessa: una donna sola, con una grande vuoto interiore colmo di rabbia per un marito che l’ha abbandonata, per i figli che non può veder crescere e che spesso non sente nemmeno suoi, per la vita a cui è stata condannata, una donna confusa, tanto dai farmaci quanto per il fatto di non riuscire a comprendersi né a comprendere gli altri, una donna bisognosa di libertà, d’amore, di sogni, di gioia. 
Ecco cosa racconta in quel diario, scritto con parole brevi e semplici, quasi sussurrate, come se fosse una delle sue poesie più belle: racconta di una donna fragile forse, ma anche incredibilmente forte, che è stata capace di soffrire, sopportare, subire, ma anche reagire e sempre con incredibile dignità e coraggio. Ecco cosa ha voluto raccontarci Alda Merini in quelle pagine: ha voluto raccontarci se stessa.