Artigiani ed Architetti

L’esperienza dello studio approfondito, dell’acquisizione sistematica delle conoscenze, è un’opera di artigianato. Per anni, studiando, scolpiamo il nostro sapere, costruiamo architetture plastiche con le quali stabiliamo e rimaneggiamo continuamente le relazioni che legano ogni contenuto. All’inizio gettiamo le fondamenta assorbendo in modo quasi acritico ciò che menti ben più sagge ed esperte di noi ci propongono, ma man mano ciò che impariamo davvero è una metodologia che trascende i contenuti e che diventa un modo di approcciarsi alle evidenze, di qualsiasi natura esse siano. Arriviamo a nutrire una illusoria fede nei pilastri e negli architravi che fabbrichiamo affinché il nostro cammino da neofiti della scienza sia meno caotico. Eppure, il mio personale percorso mi ha condotto ad un punto critico: per quante informazioni fossi in grado di acquisire e rimaneggiare, ritrovavo in modo ricorrente un aspetto non completamente afferrabile nella sua natura profonda. Maggiore è la quantità di conoscenze con cui mi devo confrontare, più intensa diventa questa frustrazione paradossale. Essa riguarda una sorta di consapevolezza intuitiva dei legami fra i diversi piani di realtà nell’ambito dello studio della mente, i quali tuttavia inevitabilmente sfuggono alla descrizione scientifica sistematica. Il metodo scientifico classico ben si presta all’analisi del piano molecolare, cellulare, sistemico delle popolazioni neuronali e del fenotipo comportamentale: che vi sia una relazione fra i piani è indubbio, in buona parte descrivibile e modellizzabile. Un esempio abbastanza lineare potrebbe essere la conseguenza di alterazioni molecolari nei recettori della serotonina, i quali a loro volta conducono ad un differente funzionamento cellulare e, a catena, ad un alterato pattern di attività delle popolazioni neurali. Il salto dal versante biologico al fenotipo comportamentale patologico appare in buona parte comprensibile, ma anche se fossimo in grado di descrivere nel minimo dettaglio l’attività del cervello in tale situazione ipotetica, non molto potremmo dire sul modo profondo in cui il suo possessore sia depresso. La sfida scientifica principale, dunque, rimane la possibilità di dominare pienamente la conoscenza di tali relazioni, affinché possa essere possibile una visione organica ed armoniosa di ciò che è la mente. Più precisamente, la comprensione di ciò che è la mente in quanto emersa dal proprio substrato biologico e che, tramite il corpo, si rapporta alla realtà che la circonda.
Tale tensione potrà mai trovare una soluzione? Si tratta di una domanda centrale nell’ambito epistemologico dello studio della mente a cui diversi approcci e diverse discipline tentano di dare un contributo creativo ed innovativo. Una recentissima occasione di confronto, in tal senso, ha avuto luogo a Pisa il 20 e il 21 settembre: il Simposio “Mindscience of Reality”, un incontro ecclettico fra studiosi buddisti, con la straordinaria partecipazione di Sua Santità XIV Dalai Lama, e studiosi di fama internazionale nell’ambito delle neuroscienze, della fisica, della filosofia della scienza. Il nome stesso del Simposio ben rappresenta il tentativo di adozione di un differente punto di vista che permetta di osservare la mente in quanto oggetto complesso in rapporto di co-costruzione con la realtà. L’importante opportunità di assistere ad un evento così unico nel suo genere mi ha fatto percepire e condividere la stessa inquietudine che anima la ricerca di una risposta alla domanda ricorrente. La laurea ad honorem in Psicologia Clinica e della Salute al XIV Dalai Lama, a mio avviso, ben rappresenta quanto alcune questioni possano essere ribaltate nei termini e meglio affrontate grazie a spunti provenienti dai contesti meno prevedibili. L’approccio della Psicologia Cognitivo-Comportamentale, per esempio, ha arricchito in modo importante il proprio corpus teorico e la propria strumentazione terapeutica grazie al confronto con l’esperienza fenomenologica millenaria del mondo orientale. Il tentativo di spingersi oltre la visione scientifica e strettamente occidento-centrica ha originato la Cognitive Behavioural Therapy di terza generazione. Forse è grazie ad atti di creatività di questa portata che il seme della ricerca della comprensione potrà germogliare in un superamento della segregazione categoriale.
Indubbiamente indagare un aspetto della realtà alla volta è il metodo più euristico di cui disponiamo, l’unico mezzo con cui attualmente siamo in grado di dissolvere un poco di ignoranza sul mondo che ci circonda. Il mio intento oggi, tuttavia, è quello di condividere con voi lettori la tensione irrisolta che anima la ricerca di queste risposte, nella speranza di riconoscere fra noi la stessa esigenza interiore che ci guida e ci stimola a pensare. Forse non saremo noi la generazione che fornirà una risposta migliore, forse non vivremo abbastanza da assistere al brillante superamento del nostro paradigma: possiamo, tuttavia, fare la nostra parte da umili artigiani, cercando di sbozzare sempre di più ciò che di ignoto rimane affinché qualcuno un giorno completi il capolavoro.