Conoscenza e ricerca: “tempi moderni”

Cosa è rimasto della “conoscenza”? Cosa è rimasto delle parole? Cosa del loro significato? Il Novecento ci ha condotto verso la fine della metafisica e dei suoi monoliti. Ha trasformato le parole, da sassi lisci e levigati da secoli di studio e tradizione, a rocce aspre, irregolari, difficili da maneggiare. Una grande rivoluzione. I totem sono caduti ed una visione relativista e sistemica ha permesso all’umanità di scoprire una dialettica scientifica libera da dogmi e meccanismi rigidi. Poi, col passare del tempo, quelle rocce sono diventate misteriosamente piccole, frammentate, forse non un male.
Un giorno però, ci siamo svegliati, ed i sassi avevano perso il proprio peso, il proprio colore, la propria forma: la conoscenza si era trasformata in informazione. In un Valzer leggero e superficiale, le parole danzano in bocca a stregoni, tuttologi ed imbecilli. Così alla televisione un cuoco spiega i meccanismi molecolari alla base del diabete, un analfabeta chiacchiera di Hegel e Marx, un giornalista di onde gravitazionali, uno psicologo ricostruisce plastici di scene del crimine ed un neuroscienziato ci svela quali siano le aree cerebrali dell’amore.
Nessuno o quasi riesce a resistere al ritmo del Valzer, noi tutti navighiamo in superfice ascoltando e riproducendo questo forte rumore di niente.
Larga parte della Psicologia e della neuroscienza non sono immuni al fenomeno. La prima, terrorizzata dal complesso di inferiorità verso la medicina e la biologia, ci parla, spesso senza cognizione di causa, di neurotrasmettitori e aree cerebrali magiche, che si accendono e si spengono come luci di Natale. La seconda, in cerca di identità, oscilla tra deliri di onnipotenza e scimmiottamenti della prima. Anche il suo nome, in sé, è ancora avvolto nella nebbia.
Anche sul fronte della formazione universitaria si osservano grandi “fraintendimenti”. Uno psicologo, per essere maturo e realmente formato, deve avere nel suo bagaglio culturale i fondamenti della neurobiologia, della medicina e della fisiologia. Così come un medico nel suo percorso di studi universitari incontra la fisica, la chimica, la matematica. Ma da questo giusto, anzi imprescindibile passo avanti nella didattica, si è passati ad un’equazione pericolosa: Ho studiato briciole dell’argomento, quindi possiedo la conoscenza dell’argomento. Studiare chimica non fa di un medico un chimico, frequentare un corso di trenta ore di neurobiologia non fa di uno psicologo un neurobiologo, conoscere le proprietà degli zuccheri e dei grassi non fa di un cuoco un nutrizionista!
Di fronte a questo scenario si osservano due spinte contrapposte ed egualmente deleterie: La prima si sostanzia nell’esasperazione di una volontà di fusione delle discipline scientifiche o, ancora peggio, nella tentazione di quest’ultime di rifondare la propria epistemologia mescolandosi con la metafisica e la religione.  La seconda è invece una reazione conservatrice di difesa dell’esistente: lo scienziato si rinchiude nel monastero della propria materia di appartenenza, si isola dal mondo esterno e la sua produzione diventa ripetitiva, sterile ed autoreferenziale.
Questa mia breve e superficiale analisi non deve ingannare il lettore e condurlo alla facile conclusione, che chi scrive, abbia dimenticato sul comodino il prozac e consideri il mondo sul baratro di un’apocalisse. La terra non sta per essere sommersa dalle acque e non ci sono arche della salvezza da offrire. A mio modo di vedere è tutta una questione di orecchio e di radio. Se si abbassa il volume, si modulano con attenzione le frequenze, coperto dal rumore, si riesce ad apprezzare una melodia comprensibile e coerente. Jacques Le Goff, grande storico francese, per primo ha rimodellato la nostra idea storicista di medioevo: non più solo un’epoca scura, preceduta e seguita dalla luce del progresso, ma un momento di cambiamento complesso, nei cui meandri, si annidavano e crescevano le radici dell’albero del rinascimento. Ora non voglio lanciarmi in paragoni azzardati, ma certamente tra le pieghe di un momento storico di crisi come il nostro, sotto il rumore, la conoscenza continua laboriosamente a trasformarsi.
Tra i due estremi prima descritti, quello dell’olista idiota e quello del filosofo nella torre d’avorio, ci sono tanti falegnami silenziosi. Studiosi e ricercatori realmente padroni del proprio campo di appartenenza e di conseguenza dei propri limiti, lavorano fianco a fianco con altri professionisti di altre discipline, altrettanto preparati ed umili. Mi ha suggerito giustamente un’amica, con cui parlavo di questo articolo, che chi conosce realmente i propri limiti sicuramente dispenserà con maggiore saggezza e prudenza le proprie conoscenze, senza creare confusione, ma arricchendo l’altro. Alcuni grandi gruppi di ricerca, quelli che compongono la melodia sullo sfondo del rumore, sono realmente interdisciplinari, nella misura in cui ognuno dei membri è realmente padrone della propria disciplina e, consapevole dei propri limiti, mette a disposizione degli altri le proprie competenze.
Il bell'editoriale della mia collega e condirettore di questo giornale, Maria Cotov, “Artigiani ed Architetti” (https://www.criticamentepsi.it/contenuto/artigiani-ed-architetti), rende bene il senso di smarrimento di questo momento storico, ma al contempo il desiderio e la spinta verso un nuovo modello di conoscenza. Maria è una studentessa e lo spirito del suo articolo, a mio parere, si esplica nel tentativo di esprimere quel senso di frustrazione che si vive di fronte ad un mondo scientifico variegato e fecondo di nuove scoperte, ma incapace di incarnarsi in un nuovo paradigma culturale. La prima cosa che mi venne in mente leggendolo fu: proviamo a ridare peso e forma ai sassi, alle parole. Restituiamo alla conoscenza, non la rigidità del dogma, ma la serietà e la profondità dell’analisi. I paradigmi culturali “nuovi” e le rivoluzioni scientifiche appaiono quando le miriadi di punti senza senso di un sistema si collegano, come per insight, restituendoci un modello della realtà nuovo. Ma se i punti sono confusi, sbiaditi, sovrapposti, il disegno si perde irrevocabilmente.
Così il secondo proposito di questa mattinata, dopo aver conseguito il primo, quello di annoiarvi, è abbassare il volume della radio, tornare in cantina, prendere la pialla ed imparare da un bravo maestro a riparare la sedia dove sono seduto, prima di finire con il sedere per terra.