Esperienza di un’infermiera: L’importanza di un sorriso

Prefazione di Michele Gnoffo
Si ritiene necessario in questa rubrica integrare diversi punti di vista. L'autore dell'articolo questa volta ricopre il ruolo di un professionista che sta assumendo negli ultimi anni sempre più importanza e rispetto nel sistema di salute: l'infermiere.
Ci viene offerto il racconto dell'esperienza personale di una giovane infermiera: i valori che guidano il suo lavoro, la sua visione di cura del paziente e gli stati d'animo che la accompagnano in tutto quello che fa.
La convinzione che il sistema di cura debba poggiare su un'onesta collaborazione tra persone che aiutano altre persone è uno dei cardini di questa rubrica e non c'è modo migliore se non quello di invitare un altro professionista della salute a esprimere il proprio pensiero e la propria persona.
 
Mi chiamo Melinda, sono una ragazza di 24 anni che nella vita ha scelto di essere infermiera.
 Come per la maggior parte dei miei coetanei, mi capita spesso di uscire a fare conversazione con amici, vecchi e nuovi ed è proprio da uno di questi semplici e consueti scambi di idee che nasce questo articolo.
Qualche giorno fa mi sono trovata in un pub con uno dei miei più cari amici, uno psicologo della salute, che da poco ha preso la laurea specialistica.
 Oltre a lui, la mia esperienza con la figura dello psicologo si riduce a qualche professionista visto di passaggio, durante gli anni di tirocinio in ospedale e ai professionisti privati delle serie tv, seduti sulla loro costosissima poltrona in pelle mentre ascoltano i flussi di pensieri dei loro pazienti. Sia io che lui siamo innamorati della nostra professione e, vista l’affinità di queste, siamo stati entrambi curiosi di scoprire di più riguardo il nostro lavoro.
Oltre all’adrenalina che sale in corsia o durante un’emergenza e alla consapevolezza di aiutare le persone, il bello della mia professione riguarda il riscontro emotivo e l’empatia che si instaura con le persone con cui hai a che fare quotidianamente.
Fin da bambina dicevo alla mia mamma che avrei voluto lavorare in ospedale; per me era chiaro e inequivocabile che il mio futuro mi avrebbe visto col bisturi in mano a fare il chirurgo; la vita però non va sempre come la immagini e quando non sono riuscita ad entrare nella facoltà di medicina ho visto il mio sogno improvvisamente sgretolarsi, e mi sono arrabbiata con me stessa. Dopo aver passato il test ho deciso, a malincuore e con poca convinzione, di iscrivermi al corso di laurea in infermieristica pensando che comunque non fosse la mia strada. La sensazione di impotenza e di confusione che avevo nei confronti del mio futuro si è dissolta completamente durante i primi giorni di tirocinio quando, per la prima volta, ho davvero realizzato chi fosse l’infermiere e chi volessi essere io.
Lavoravo in Ginecologia; una volta superata la timidezza e la paura di parlare con persone malate, molto più grandi di me, passavo molto tempo con le signore che erano ricoverate nel mio reparto, instaurando con loro un buon rapporto di fiducia e collaborazione. Una mattina durante un giro visite di routine, il medico espose rapidamente il caso della paziente: patologia, intervento subito, andamento del post chirurgico, piani terapeutici da cambiare, piani assistenziali da attuare; salutò la paziente con un cenno e uscì; io, rimasta dentro per ultima, venni chiamata dalla signora: “Melinda, dopo mi spieghi cosa ha detto il dottore? Come sto? Cosa mi faranno? Non ho capito niente, quel dottore usa solo paroloni, ma mi sembra di fare la figura dell’ignorante a fare domande.”
In quel momento ho realizzato che le occhiate, che mi aveva mandato durante la “visita” del medico, erano per cercare il mio aiuto, il mio appoggio e sostegno, uno sguardo amico tra i tanti distaccati e impersonali, che almeno le facesse capire se quelle che diceva il medico fossero cose positive o negative. E’ stato emozionante e di grande soddisfazione capire che le persone fanno affidamento su di me, non solo perché sono quella che vedono più spesso, ma perché le vivo durante il periodo più brutto, le seguo e le accompagno fino al momento migliore in cui possono tornare a casa; parte della loro esperienza ospedaliera è legata a come le faccio sentire. Ho notato spesso di aver instaurato rapporti del genere con la maggior parte delle persone che ho incontrato sul mio cammino ed ho capito che l’immagine che avevo di me all’interno dell’ospedale non era col bisturi in mano, ma a fianco dei pazienti.
Un'altra scena esplicativa del profondo legame che si instaura tra paziente e infermiere prescinde dalla quantità del tempo che si passa con lui, ma è determinata interamente dalla sua qualità.
Uno degli ultimi reparti in cui ho lavorato è stato la sala operatoria di Neurochirurgia. Chiaramente, il paziente è addormentato per la maggior parte del tempo che trascorre in questo reparto, ma i minuti in cui è sveglio sono quelli che precedono l’intervento, in questo caso al cervello. Immaginate quale può essere il carico di ansia, di spavento, di tensione che affronta la persona, sdraiata su un lettino duro e scomodo, appena strappata da parenti e amici, circondata da risultati di tac, risonanze, modellini di crani, spine dorsali, teli verdi, ferri chirurgici, facce sconosciute con cuffiette e mascherine, in un ambiente sterile e freddo, ostico e non familiare. In questa realtà spesso il chirurgo non conosce nemmeno l’identità del paziente e lo vede solo una volta completamente coperto da teli sterili; per questo lo identifica con la patologia di cui soffre, tipo “bene iniziamo con l’ernia” o “oggi operiamo il meningioma”. Una delle poche persone con cui il paziente parla e in cui riconosce la propria identità come persona è l'infermiere. Consapevole di questo, prima dell’anestesia, mentre veniva preparato per l’intervento con controllo e compilazione della cartella, accesso venoso e tutte le azioni del caso, ero solita fare due chiacchiere col paziente, per cercare di metterlo a suo agio, di capire quali fossero le sue sensazioni, paure e dubbi. Non avendomi insegnato nessuno quale atteggiamento tenere in certi casi, ho scelto io stessa di adottare quello che più mi piacerebbe ricevere se fossi al posto del paziente: l’educazione, la disponibilità, il sorriso e la comprensione. Una mattina mi trovai davanti un uomo sulla quarantina molto spaventato e disorientato; mi presentai, gli feci alcune domande per rompere il ghiaccio e, col mio solito sorriso, ascoltai le sue risposte e conversammo alcuni minuti, gli spiegai come sarebbe stato l’intervento, chi ci sarebbe stato durante la sua operazione e altre cose che magari, qualcuno prima di me, si era dimenticato di spiegare. Gli chiesi cosa facesse nella vita, del suo lavoro, della famiglia, dei suoi interessi, per cercare di distrarlo; quando arrivò il momento dell’anestesia, mi prese la mano e, con gli occhi luminosi e sorridente, mi ringraziò per essere stata con lui in un momento tanto difficile e delicato, per avergli regalato il mio sorriso, e per essere riuscita a fargli trovare un pensiero felice con cui potersi addormentare.
Episodi di questa natura mi fanno innamorare continuamente del mio lavoro, come dicevo prima, al di là della pratica assistenziale, del somministrare farmaci, applicare e gestire dispositivi di supporto, medicazioni, prelievi ecc.., la parte più gratificante ed emozionante è vedere che regali qualcosa di tuo alle persone che incontri e, a loro volta, queste fanno crescere e arricchiscono te. Non c’è niente di più bello che sentirsi dire che la nostra presenza, fisica ed emotiva, migliora, per quel che è possibile, le situazioni difficili e le rende più affrontabili.
Il legame che si instaura con le persone che si riprendono, migliorano e guariscono lo si ha, però, anche con quelle che non possono guarire, peggiorano o muoiono. Spesso si è chiamati a rassicurare, spiegare, consolare o far accettare la dura realtà al nostro assistito e ai suoi parenti.
Il rischio che si corre è quello di affezionarsi troppo alle persone e farsi coinvolgere dalle loro storie, portandole nella nostra vita privata, non riuscendo a lasciare in corsia lo stress derivato dal veder soffrire e talvolta morire i propri pazienti. La verità è che avere a che fare con la morte, anche di persone sconosciute, sconvolge e destabilizza, è un evento più grande di noi, a cui non ci si abitua mai e che lascia sempre con un po’ di desolazione dentro e un grande senso di impotenza. Vedere gli occhi di una persona che si disanimano, è un’esperienza che lascia il segno e spesso ci cambia.
Riporto a tal proposito l’esperienza di un collega, al secondo anno di tirocinio, che si è trovato a dover rianimare insieme all’equipe di rianimazione un ragazzo di un anno più giovane di lui, che purtroppo non è sopravvissuto; questo è il suo pensiero:
[..] l'anestesista mi fece fermare l’RCP, il ragazzo guardava verso di me, ma non guardava più nulla. Realizzai dopo quanto accaduto, nel momento in cui le grida strazianti dei genitori superarono tutto il resto. Ho accettato tutto della mia professione, ma il mio "patto di sangue" è stato oggi. Per sempre avrò il viso di questo ragazzo in mente, e lo strazio dei genitori nel cuore. L'operato dei medici, scomparsi nel momento dell'arrivo dei genitori mi lascia senza parole, fiero di aver scelto infermieristica, dove l'umanità esiste ancora. LUI sarà sempre con me, non lo conoscevo, era la prima volta che lo vedevo, ma era come me, con a fianco un libro universitario, una dimissione imminente, tanti amici e dei genitori...”
Inevitabilmente il personale sanitario è, quindi, particolarmente soggetto al fenomeno del Burnout: esito patologico che colpisce le persone che esercitano professioni di supporto, qualora queste non rispondano in maniera adeguata ai carichi eccessivi di stress che il loro lavoro li porta ad assumere. Al fine di ridurre le vittime di questa sindrome sarebbe opportuno, secondo me, essere affiancati e supportati da un professionista che ci insegni ad affrontare queste situazioni nel migliore dei modi, a trarre il meglio dagli avvenimenti, ad affrontare saldamente le situazioni più tragiche e demotivanti, come la morte o il peggioramento irreversibile di un paziente a cui si è affezionati. Tutto questo per tutelare noi infermieri, il nostro equilibrio, ma anche per imparare a trasmettere sensazioni positive al paziente in difficoltà, per riuscire a rispondere nella maniera migliore alle domande esistenziali di una persona che sa di stare per morire o che sa di non poter più riprendere in mano la propria vita a seguito di una patologia. Si sente realmente l’esigenza di avere in reparto, o comunque nella struttura, a disposizione del personale, una persona veramente competente che periodicamente valuti il livello di stress del personale e insegni a metabolizzare ed accettare quanto succede nella nostra realtà, a gestire le entrate emotive di cui siamo sommersi, in modo da imparare a trarre il meglio da ogni situazione senza crollare a nostra volta.
Raccontando queste considerazioni al mio amico, è venuto fuori che questa figura di supporto, secondo me così utile e innovativa, in realtà esiste già ed è rappresentata proprio dalla sua professione: lo psicologo della salute. La figura esiste, ma purtroppo non è ben sfruttata ed integrata all’interno del sistema ospedaliero. La salute che tuteliamo e a cui miriamo noi sanitari è quella intesa non come semplice assenza di malattie, ma come stato di completo benessere fisico, psichico e sociale. Per capire questo concetto, basta pensare a quelle persone che devono convivere con una patologia incurabile, non necessariamente minatoria per la sopravvivenza, ma che inevitabilmente cambia la loro vita. Prendiamo ad esempio una persona con il diabete o con un’enterostomia: quasi improvvisamente cambia il modo che ha di guardare il mondo, i suoi obiettivi, le sue priorità e di conseguenza la sua quotidianità; la persona deve imparare a conoscersi di nuovo e a reinventare la sua vita nonostante la malattia. La maggior parte delle persone non riesce da sola e in maniera naturale e spontanea a reagire a questo improvviso cambiamento, lo vedono come un ostacolo insuperabile lungo la strada della vita, vengono totalmente annientate e sono spesso incapaci di reagire e rialzarsi. Queste persone hanno bisogno di una figura di riferimento, professionale, capace e affidabile, che sia in grado di fargli capire che questo avvenimento rappresenta una deviazione sulla strada della vita che, se percorsa con lo stesso spirito con cui percorrevano quella principale, può essere ugualmente ricca di gioie e soddisfazioni. Esistono professionisti, anche infermieri, bravi nel loro lavoro che provano a dare un sostegno psicologico e aiutano la persona ad accettare e reagire a queste condizioni, ma sicuramente una collaborazione con una figura come lo psicologo della salute, nato, cresciuto, educato e preparato proprio per aiutare le persone in queste situazioni, sarebbe più efficace nel far coincidere di nuovo il loro “io ideale” con il loro “io reale”, regalando loro la possibilità di essere chi vogliono, di realizzarsi e di sentirsi integrati nella società, permettendo loro di essere sani e felici di nuovo.
Professionalità, disponibilità, educazione, gentilezza, comprensione e empatia sono doti che un professionista deve possedere per essere infermiere e non fermarsi solo al fare l’infermiere. Purtroppo, soprattutto nelle situazioni stressanti e tragiche, spesso non basta la buona volontà, l’amore per la professione e per le persone per adottare e mantenere questi valori. Sarebbe più facile e meno stressante creare una barriera tra noi e il paziente, in modo che non riesca a toccarci dentro, ma inevitabilmente questo andrebbe a scapito della qualità della cura che il paziente riceverebbe. Secondo il mio punto di vista sarebbe tutelata sia la categoria degli infermieri che quella dei pazienti se il sistema di cura, proprio per puntare su queste nobili caratteristiche del personale, introducesse una figura di supporto e collaborazione, quale lo psicologo della salute. Egli dovrebbe avere la funzione di supportare psicologicamente ed emotivamente il professionista e dovrebbe collaborare sia con l’infermiere che con il resto delle figure professionali sanitarie nella cura del paziente, al fine di permettergli di raggiungere quella salute, intesa come armonia fisica, psichica e sociale.
Quando sei infermiere, sai che tutti i giorni toccherai una vita e una vita toccherà la tua.