Eutanasia: La promessa dell'assassino

Eutanasia, una parola complicata, chiacchierata e ruvida per descrivere un evento occorso per millenni tra la razza umana: Il suicidio assistito.
Non è nella natura e nei fini di questo giornale entrare nel merito del dibattito legislativo su tale condizione, quindi, nonostante la mia posizione personale favorevole al garantire quello che considero un diritto inalienabile alla scelta, mi limiterò a porre a me stesso e a voi lettori alcuni interrogativi solo di natura sociale e psicologica.
Molti professionisti autorevoli hanno studiato ed efficacemente descritto lo stato psicologico di persone, costrette dalle circostanze, ad una vita impossibile fino al punto di desiderarne la fine. Eppure sembra sfuggire ai più che la definizione suicidio assistito si compone, almeno, di due soggetti: il “suicida”, assistito da una seconda persona, per lo stato italiano, di fatto, un “assassino”.
Concentrata sulle motivazioni psicologiche dell’essere umano che decide di non voler vivere più un’esistenza di stenti, sofferenze indicibili ed umiliazione, ci si è completamente dimenticati di chiedersi: cosa passa nei pensieri e quali siano le emozioni di chi compie l’atto finale di assistenza alla morte, avocandosi, in uno stato che non riconosce legittima questa azione, il ruolo di assassino.
Non essendo presenti per legge, né strutture, né professionisti dedicati a questo compito, nella stragrande maggioranza dei casi la mano che preme lo stantuffo della siringa o porge la pillola è di un parente, di un amico, di un compagno. Viene stimato che in Italia, ogni anno, centinaia di persone, prevalentemente anziane, muoiano per eutanasia compiuta, nella maggior parte dei casi, in famiglia. Cosa passi nella mente dell’esecutore prima, durante e dopo l’atto di assistenza al suicidio, però non è mai stato oggetto di indagine. Se già infatti la parola eutanasia è un taboo da sussurrare a bassa voce, potete immaginare quanto sia complesso spingersi ad analizzare non solo le ragioni del morituro, ma anche di colui che accetta di “facilitarne” la sorte. Ancora più complesso è affermare che esista un profilo unitario o una reazione unica di chi compie il gesto: ad esempio il retroterra culturale e religioso, ma ancora più complesso, la natura della relazione tra le due persone, un lontano parente o al contrario una madre o peggio un figlio. Queste persone vivono probabilmente il proprio dolore nel silenzio, nella vergona dettata dall’illegalità. L’osservatore esterno può pensare che sia sufficiente la consolazione di credersi nel giusto, di aver compiuto un atto di amore, ma riflettendoci bene anche una buona parte dei soldati in guerra pensano di aver fatto il proprio dovere freddando il nemico, ma poi le loro notti si colorano di incubi e rimorsi così tremendi da averci costruito sopra un intero filone di letteratura psicologica. Chiaramente non sto paragonando la natura morale delle due azioni, uccidere in guerra ed assistere un proprio caro nel suicidio, natura per me completamente antitetica, ma ragiono sul fatto che la convinzione di essere nel giusto spesso non è sufficiente ad evitare il trauma psicologico di chi è costretto a fare i conti con la morte.
Ancora peggio, l’assassino del proprio caro pensa probabilmente di essere nel giusto come il soldato, ma al posto di quest’ultimo di fronte a sé non ha un uniforme impersonale di un altro colore, ma il volto di una madre, di un padre, di un amico. Non ha l’urgenza e la giustificazione di difendersi dalle pallottole dirette verso di sé, ma gli appartiene il gesto lento, ponderato, nascosto di un’iniezione.
Da psicologi non si può nemmeno negare a priori che, in alcuni casi, possa esserci dell’egoismo nell’ambito di queste circostanze. Sicuramente una percentuale di chi assiste il suicidio vive anche la liberazione di un peso, magari l’interruzione di un’assistenza ad una malattia cronica di un proprio caro durata anni e costata una vita. Chissà che in alcuni soggetti non ci sia addirittura del sadismo di cui a volte sono intrisi i rapporti familiari.
Un solo fatto incontrovertibile rimane, la psicologia italiana non ha affrontato e non affronta un tema incredibilmente delicato e complesso. Ingrassata dalla celebrità guadagnata con analisi a buon mercato sul delitto di Cogne o sulle gesta dello psicopatico di turno ha ignorato ed ignora le meccaniche interiori di centinaia di persone costrette ad attraversare una situazione estrema ed irripetibile di lutto. La psicologia italiana si ciba del clamore della storia del mostro, la cui analisi ascoltiamo con la libidine ed il macabro voyeurismo di chi si sente migliore del massacratore di bambini, ma ignora il rapporto quotidiano con la morte che le maggior parte delle nostre famiglie vivono. Infatti in una società in cui la medicina ha allungato la vita, senza spesso al contempo migliorarne la qualità, tanti di noi si sono trovati e si troveranno di fronte al corpo di un amato che marcisce senza smettere di respirare, spesso cosciente di ciò che gli sta accadendo.
Uno dei pochi film che ha affrontato il tema dell’eutanasia anche dal punto di vista dell’assassino è stato Million Dollar Baby di Clint Eastwood e con uno spezzone di quest’ultimo chiudo questo pezzo. Di seguito il dialogo tra un prete e Frankie, il protagonista della pellicola, che si appresta ad aiutare la propria allieva, amata come una figlia, a morire:
Padre Horvak: Lo sai che non puoi fare una cosa del genere.
Frankie: Lo so padre. Lei non sa quant'è testarda... quanto è stato duro allenarla. Gli altri pugili hanno sempre fatto esattamente quello che gli dicevo... lei chiedeva sempre "perché questo"... "perché quello"... e poi faceva di testa sua. E se è arrivata a battersi per il titolo non è stato certo per... perché ha dato ascolto a me. Però... però adesso ha deciso di morire... e io voglio solo tenerla con me! Le giuro su Dio, padre... che so... so che sarebbe peccato mortale farlo, però tenerla in vita è come ucciderla. Capisce padre? Che cosa bisogna fare?
Padre Horvak: Niente. Devi farti da parte Frankie. Lascia fare tutto a Dio.
Frankie: Lei non sta chiedendo l'aiuto di Dio, sta chiedendo il mio aiuto!
Padre Horvak: Frankie, tu sei venuto a messa praticamente ogni giorno per ventitré anni. L'unica persona che viene in chiesa tanto spesso è colui il quale non riesce a perdonarsi qualcosa, e di qualunque peso si tratti non è nulla, paragonato a questo. Lascia perdere Dio, o l'inferno e il paradiso... Se tu fai una cosa del genere, ti perderai. Finirai in un abisso. Non riuscirai mai più a ritrovarti.
Frankie: Ormai è troppo tardi.
 
Questo dialogo ci resituisce la misura, nel bene e nel male, di come l'assistere al suicidio di un proprio caro sia un atto che rimane indelebile nella psicologia di un individuo e di come, per questo genere di assassini, sia difficile violare una promessa che è un vincolo di amore.