I feral children: quando gli umani crescono da non-umani

deprivazione culturale, linguaggio, isolamento, evoluzione

Cosa accadrebbe se un individuo appartenente alla specie umana venisse privato di quegli aspetti che sono le prerogative dell'essere umano, ovvero la cultura, la socialità e il linguaggio? In termini concreti, come si svilupperebbe un umano se per anni vivesse e crescesse nel pressoché totale isolamento dai contesti umani e culturali? Potremmo essere portati a pensare che simili argomenti siano presenti soltanto nella fervida fantasia di alcuni romanzieri o cineasti del passato, ma sono realmente esistiti casi di bambini cresciuti in uno stato di estrema deprivazione sociale. Si tratta dei feral children, e le loro incredibili vite contengono storie tragiche e spesso raccapriccianti.
Innanzitutto, l'espressione "feral children" significa letteralmente "bambini bestiali" o "bambini selvaggi" (dall'inglese feral, che significa ferino -quindi bestiale-, a sua volta derivato dal latino fera, ovvero bestia). Le fonti della letteratura scientifica da cui attingere non abbondano e sono di difficile reperibilità, scarsissime sono quelle in italiano. Ad oggi non ho riscontrato una traduzione in italiano dell'espressione in inglese che dà il nome a questo articolo. Per questo, preferisco mantenere "feral children" non tradotto.I feral children sono definibili come bambini che, fin da molto piccoli, hanno vissuto in condizioni di isolamento dai contatti umani, ignari della socialità e dei sistemi culturali e -di fondamentale importanza per questo articolo- che non sono stati esposti al linguaggio umano. Come vedremo, le tragiche storie di questi bambini sono fortunatamente molto rare, ma costituiscono una preziosissima fonte di informazioni per comprendere che cosa renda veramente "umano" un essere umano. Prima di addentrarci nel focus di questo articolo, iniziamo con un excursus che ci permetterà di comprendere meglio la realtà dei feral children: solo analizzando dettagliatamente l'essenza della cultura e del linguaggio umani possiamo capire che cosa accade quando si verifica una condizione contraria alla nostra quotidianità e al nostro normale modo di vivere, ovvero l'assenza della cultura, della socialità e del linguaggio.
Una visione d'insieme della cultura e del linguaggio umani
Un uomo è tale se inserito in un contesto sociale che contenga al suo interno un sistema culturale che diriga il suo comportamento e che renda disponibili le conoscenze ereditate e accumulate nelle migliaia di anni precedenti dai suoi antenati. La condizione specifica degli esseri umani è quella di vivere in un ambiente già trasformato dall'attività di coloro che li hanno preceduti (Anolli, 2000). La cultura può essere generalmente concepita come "una struttura organica e un processo continuo di diversi sistemi, quali il sistema di mediazione, di conoscenza, di pratiche e di valori". La cultura come sistema di mediazione è strettamente connessa al concetto degli artefatti umani, cioè "elementi del mondo materiale che sono assunti nell'azione umana come modi per coordinarsi con l'ambiente fisico e sociale". Sono artefatti primari quegli strumenti che gli individui di un certo gruppo sociale usano abitualmente per interagire tra di loro e con l'ambiente (un martello, uno smartphone); sono artefatti secondari le rappresentazioni mentali degli artefatti primari o i modelli simbolici che fungono da schemi per rappresentare gli artefatti primari (le norme sociali, le credenze); sono artefatti terziari quei fenomeni che servono a costruire il mondo della fantasia, dell'immaginazione e dell'astrazione (la creatività, le espressioni artistiche). "Gli artefatti prodotti dagli esseri umani occupano una posizione di mediazione tra loro e l'ambiente, in quanto la cultura organizza l'uso di questi mezzi in attività specifiche" (ibidem).Il concetto di cultura come sistema di conoscenze del mondo si forma attraverso la condivisione di modelli di pensiero, di interpretazione del mondo, di modi con cui fare inferenze e previsioni su se stessi e sull'ambiente (Anolli, 2000). La cultura è anche considerabile come insieme di pratiche, cioè azioni della vita quotidiana, che consistono sostanzialmente in azioni riproduttive e produttive. La cultura è anche un sistema di valori, attraverso i quali gli umani valutano le pratiche, i simboli, i modelli di comunicazione, le credenze, i rituali ecc. (ibidem).Il ruolo della cultura quindi, in termini molto semplicistici, è quello di permettere agli individui di non dover percorrere ogni volta le tappe dello sviluppo culturale a partire dalle conquiste più basilari.Essere umani significa, però, essere anche comunicanti. Il linguaggio, in particolare, è l'aspetto probabilmente più specie-specifico e peculiare che differenza l'umano dagli altri animali. Il linguaggio pare essere sorto intorno a 150.000 anni fa, in concomitanza con la comparsa dell'Homo sapiens (Anolli e Legrenzi, 2001). "Con il linguaggio la specie umana è diventata una specie simbolica, poiché il linguaggio consente di inventare, usare e manipolare simboli, ossia «rappresentazioni» in grado di raffigurare situazioni percettive della realtà anche in assenza dei corrispettivi stimoli sensoriali" (ibidem). Il linguaggio è il mezzo tipicamente umano che consente di esprimere il pensiero a qualcuno diverso da sé: permette, cioè, di esternalizzare il pensiero tramite processi astrattivi/simbolici.Esiste un'evidenza: non vi è comunicazione senza cultura, così come non vi è cultura senza comunicazione. La cultura non può essere generata senza la comunicazione, e d'altra parte la comunicazione è comprensibile soltanto come prodotto culturale (Anolli, 2000). Cultura e comunicazione rappresentano quindi due aspetti intrinsecamente interconnessi. Un bambino umano viene sempre al mondo all'interno di un contesto culturale e comunicativo. Tralasciando le modalità con cui un bambino apprende i molteplici aspetti della cultura di riferimento, soffermiamoci brevemente sui processi che portano le persone ad acquisire il linguaggio.Una delle teorie più accreditate è quella del celeberrimo linguista Noam Chomsky. Chomsky afferma che esiste una predisposizione innata ad acquisire qualsiasi lingua. Infatti, tutti i bambini esposti ad una lingua qualunque acquisiscono in un tempo relativamente breve la capacità di capire e produrre un numero potenzialmente infinito di frasi di quella lingua [1]. Per Chomsky, le regole grammaticali di ogni lingua traggono sempre origine da alcuni principi fondamentali che costituiscono la cosiddetta Grammatica Generativa (Gray, 2012). La grammatica di ogni lingua naturale viene acquisita a partire da una innata competenza linguistica, indipendente dalla lingua che si parlerà (Anolli, 2000). Chomsky indica con il termine Dispositivo per l'Acquisizione del Linguaggio (Language Acquisition Device - LAD) il complesso di meccanismi innati che conferiscono al bambino la capacità di acquisire il linguaggio automaticamente (ibidem), qualunque esso sia. Il LAD comprende "tutti i fondamenti innati della grammatica universale più l'intero complesso dei meccanismi, anch'essi innati, che guidano i bambini nell'apprendimento delle regole specifiche della lingua parlata nella loro cultura d'appartenenza" (ibidem). Il processo che porta un neonato capace di produrre soltanto suoni vegetativi a diventare un bambino correttamente parlante è un processo automatico ma complesso, che dura all'incirca 10 anni e passa attraverso diverse tappe (la lallazione, il balbettio, la prima vera parola, l'"esplosione del vocabolario", l'interiorizzazione della grammatica ecc.) (Berti e Bombi, 2005) (Mecacci, 2001).Per poter acquisire il linguaggio, o meglio, per poter esplicitare le potenzialità innate del LAD, il bambino deve essere esposto in un contesto culturale dove il linguaggio, in tutte le sue forme, venga praticato continuamente ed a lui rivolto con modalità adeguate fin dai primi giorni di vita (tramite appropriate combinazioni di motherese, alternanza dei turni, contatto visivo e fisico ecc.). Fondamentale, a questo proposito, è la Teoria del Periodo Critico. Il linguista Eric Lenneberg ipotizzò che esistesse un intervallo di tempo in cui il linguaggio umano viene appreso rapidamente ed automaticamente, a condizione che l'esposizione ad esso si verifichi in un definito periodo dello sviluppo "sensibile" che coincidesse con la fase evolutiva caratterizzata da una maggiore plasticità neurale (Anolli, 2000). In questo periodo, l'apprendimento del linguaggio avverrebbe con facilità e rapidità, senza richiedere particolari sforzi né un'istruzione esplicita da parte degli altri esseri umani (Camaioni, 1993). Questo intervallo di tempo è collocabile -in base alle evidenze sull'evoluzione anatomo-strutturale del cervello e ai dati sperimentali ricavati dai bambini sordi o deprivati- prima dell'inizio della pubertà (Anolli, 2000). Studi su bambini deprivati dell'opportunità di udire una lingua e interagire con essa nei primi 10 anni di vita (come i bambini sordi non esposti a un vero linguaggio fino al termine dell'infanzia o della adolescenza), hanno infatti evidenziato la presenza di insormontabili difficoltà nell'apprendimento della produzione del linguaggio in questi soggetti (Gray, 2012). I bambini, dopo i 10 anni, non riuscivano mai ad impadronirsi del tutto della grammatica della loro lingua. Il LAD pare funzionare con molta più efficienza nei primi 10 anni di vita che nei periodi successivi (Gray, 2012) probabilmente a causa del normale processo di sfoltimento delle sinapsi e dei dendriti esuberanti (Cassano e Tundo, 2006), il cosiddetto pruning. Fino a questa età, infatti, la corteccia cerebrale si sviluppa progressivamente. Successivamente, il suo volume si riduce per lo sfoltimento di sinapsi non funzionali e risultate "inutili". Nei casi di deprivazioni sociali e linguistiche estreme, come quelle dei feral children, le strutture anatomo-strutturali che presiedono lo sviluppo del linguaggio non sono mai state esercitate e quindi "cadono in disuso" dopo il periodo critico, risultando non più utilizzabili. Si veda a tal proposito lo studio di Perry e Pollard (1997) [2] sul mancato sviluppo neuronale nel cervello di bambini vittime di estrema negligenza genitoriale.Dopo aver tentato di descrivere brevemente gli elementi che rendono l'uomo una specie spiccatamente diversa rispetto a tutto il resto del dominio animale, ovvero descrivere gli aspetti che ci rendono "umani", passiamo a considerare le conseguenze dell'assenza di questi elementi.
I feral children
Pensiamo ad una realtà in cui non esiste niente di ciò che rende "umano" un uomo. Pensiamo a cosa accadrebbe se privassimo l'uomo della cultura, della socialità, del linguaggio e dell'attaccamento alle figure di riferimento. In queste condizioni, l'uomo perde la sua potenzialità di diventare umano e diventa qualcosa di difficilmente classificabile. Diventa un feral child. Possiamo definire feral children alcune categorie di bambini deprivati: quelli che hanno vissuto per molti anni lontani dalla civiltà (in boschi, foreste ecc.) oppure quelli che sono stati vittime di un'estrema negligenza genitoriale e sono rimasti confinati per anni in isolamento. I feral children non hanno a disposizione niente di ciò che per tutti gli esseri umani è la normale e scontata realtà globale in cui sono nati, in cui sono cresciuti e in cui vivono ogni giorno della loro vita. Nella vita dei feral children non ci sono generalmente contatti con gli esseri umani. Non è mai esistita interazione né, tantomeno, è mai esistito il linguaggio. Non esistono sistemi culturali o sociali che dirigano, interpretino e modifichino il comportamento, non ci sono artefatti culturali, né pratiche, né valori, né conoscenza. In più, non ci sono mai stati i presupposti per un vero sviluppo affettivo, vista l'assenza di figure umane. I feral children sono bambini che hanno vissuto diversi anni della loro vita in un "vuoto di umanità". Non hanno mai acquisito il linguaggio poiché, non essendo mai stati esposti al linguaggio umano, hanno visto svanire la possibilità che il LAD si attivasse e che le potenzialità della Grammatica Universale facessero il proprio corso. Le storie dei feral children sono vicende tragiche di persone che hanno perso per sempre la loro possibilità di diventare umani normali, pur avendone avuto presumibilmente la capacità.Passiamo adesso in rassegna le storie di tre dei feral children più conosciuti nelle cronache storiche e nella letteratura scientifica.
 
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Genie [3] è lo pseudonimo con cui nella letteratura scientifica è conosciuta una donna nata nel 1957 in una piccola città della Contea di Los Angeles. Genie nasce in una famiglia terribilmente patologica formata dal padre, dalla madre e da un fratello. L'agghiacciante vicenda di Genie rappresenta il caso probabilmente più estremo di abuso e di deprivazione infantile documentato in letteratura. Il padre, un uomo gravissimamente disturbato, decretò che sua figlia, all'età di 20 mesi, presentasse i segni di un grave ritardo mentale e che per questo le si dovesse riservare una protezione eccezionale. Decise così di dare inizio alla tragedia dell'esistenza della figlia. Genie fu tenuta, dall'età di 20 mesi fino ai 13 anni e 7 mesi, rinchiusa in una piccola stanza della loro abitazione, legata per tutto il giorno ad un vasino per bambini e di notte all'interno di un sacco a pelo, a sua volta posto in un lettino coperto da una superficie di metallo. I vetri delle due finestre erano protetti in modo che nella stanza entrasse la minima quantità di luce. Il padre soggiogava la moglie e il figlio nel terrore, minacciandoli costantemente con un fucile ed obbligandoli a non interagire in nessuno modo con Genie, se non per le basilari funzioni di alimentazione e per spostarla dal vasino al lettino. Il padre volle sempre impedire che la figlia producesse rumori, soprattutto vocalizzazioni, per cui, ogni volta che udiva qualsiasi tipo di rumore proveniente da lei, era solito picchiarla con una grande asse di legno, riposta nella stanza-lager appositamente per assolvere a questa funzione. Fatto ancora più inquietante, il padre si rivolgeva alla figlia soltanto abbaiandole e ringhiando come un cane feroce. A Genie venivano fatti indossare soltanto pannolini e veniva alimentata esclusivamente con pappette per bambini o liquidi. Genie ha vissuto in queste condizioni per 11 anni e mezzo. Gli unici stimoli sensoriali a cui è stata esposta, oltre a quelli già citati dei familiari, erano i rumori naturali ed artificiali provenienti dall'esterno della casa e gli stimoli visivi dei pochissimi oggetti presenti nella stanza. Il 4 novembre 1970 la madre decise di scappare dalla casa e di portare Genie con sé. Dopo una serie di complesse vicende, il personale dei Servizi sociali di Los Angeles notò la donna e si accorse che la bambina che portava con sé presentava caratteristiche anomale. Genie venne quindi portata al Children's Hospital di Los Angeles. Al suo arrivo, il personale sanitario constatò che Genie non sapeva camminare, non riusciva a mantenere la stazione eretta, non era in grado di masticare nemmeno cibo semi-solido, aveva una gravissima disfagia, era completamente incontinente e, soprattutto, si mostrava totalmente incapace di parlare. Pesava soltanto 27 kg e misurava 1,37 m. Venne quindi istituita un'équipe multidisciplinare con il compito di elaborare un programma di riabilitazione intensiva e al contempo valutare la sua condizione con test di varia natura.Quando Genie iniziò a camminare, si resero subito evidenti le deformità scheletriche dovute all'alterato sviluppo delle ossa: la bambina camminava con le gambe convergenti e con le braccia piegate davanti al busto. Al principio, cominciò ad esplorare con enorme interesse (quasi con bramosia) gli oggetti che la circondavano e i vari stimoli sensoriali ambientali. Come un neonato esposto al mondo per la prima volta, metteva continuamente in atto quelle che Piaget chiamava "reazioni circolari": manipolava tutti gli oggetti per studiarne le caratteristiche costitutive e per comprendere le proprietà fisiche del mondo. Genie si dimostrava incapace di controllare gli impulsi e non sembrava possedere il senso della proprietà (se desiderava un oggetto, lo prendeva direttamente da qualcuno). Non mostrava segnali di attaccamento affettivo, poiché, pur seguendo con interesse le persone e le loro azioni, non reagiva in nessun modo al loro arrivo o al loro allontanamento. Si ipotizzò che non fosse nemmeno in grado di distinguere una persona dall'altra. Inizialmente, Genie non produceva alcun tipo di vocalizzazione, rimanendo costantemente in silenzio. Era chiaro che il suo comportamento non conteneva nessun elemento di condivisione sociale, né di intenzionalità comunicativa. Non produceva nessuna espressione facciale, ma il personale sanitario si accorse che era in grado di discernere alcune informazioni di natura non verbale dalle altre persone e, seppur raramente, di comportarsi di conseguenza. Genie appariva perfettamente in grado di distinguere tra suoni ambientali e parlato, ma verso quest'ultimo si mostrava non responsiva. Inoltre, quando era arrabbiata, metteva in atto un repertorio comportamentale totalmente privo di elementi linguistici verbali: non emetteva nessuna vocalizzazione e non piangeva, ma si soffiava il naso sui vestiti cospargendosi poi il corpo di muco, sputava, si graffiava e si percuoteva, oppure lanciava sedie e altri oggetti per produrre rumori forti, restando sempre completamente inespressiva. Inizialmente, come già detto, questi impulsi erano incontrollabili, spesso scaturiti senza una ragione apparente e l'unico modo per calmarla era lasciarla sfogare finché non si fosse stancata, oppure spostare la sua attenzione altrove.Il personale sanitario e i ricercatori lavorarono molto duramente per valutare Genie dal punto di vista medico, psicologico e linguistico e per cercare di migliorare il suo funzionamento globale. Gradualmente, le sue capacità di adattamento migliorarono. Dopo poco tempo mostrò i primi segnali di un genuino attaccamento verso i membri del personale sanitario dell'Ospedale protestando contro i loro allontanamenti. Dopo un periodo in cui il suo interesse e la sua attenzione verso il linguaggio umano verbale e non verbale aumentò in modo sensibile, Genie tentò a fatica di mimare alcuni suoni linguistici. Ma la sua voce appariva molto debole, completamente monotonica e, soprattutto, caratterizzata da un timbro estremamente alto: tutte conseguenze di un severo ipoutilizzo dell'apparato fonatorio. Per valutare le capacità linguistiche di Genie e per elaborare un programma di recupero, venne coinvolta una giovane linguista, Susan Curtiss, che avrebbe studiato approfonditamente lo sviluppo linguistico di Genie per molti anni e che sarebbe poi diventata una delle figure maggiormente significative nel processo di riabilitazione di Genie. Nel maggio 1971, 6 mesi dopo il suo ritrovamento, Genie venne filmata mentre un'educatrice le insegnava ad allacciarsi le scarpe. Questa ripresa video immortalò la produzione della sua prima parola intelligibile. In questo video, l'educatorice dice : "You do it, and we can tell Doctor Kent what you can do", e pochi secondi dopo è possibile sentire Genie dire, con un timbro di voce altissimo e con un'articolazione un po' stentata : "Doctor". Genie dimostrò di saperlo ripetere ancora, e successivamente, dopo che le era stata allacciata la scarpa, l'educatorice le chiede: "Did you tie it?" e lei risponde: "Tie". Quel momento fu di straordinaria importanza. Genie dimostrò per la prima volta di essere in grado di ripetere le parole. Genie stava quindi iniziando a parlare. Susan Curtiss, da quel momento, si dedicò alla valutazione e al recupero linguistico di Genie, descrivendo i suoi risultati in report molto dettagliati. Curtiss riportò che le sue prime parole erano monosillabiche, formate dalla semplice struttura consonante-vocale. Il suo repertorio di parole monosillabiche si ampliò fino ad includere parole di due e tre sillabe, pronunciate con una buona articolazione e con una corretta durata e intensità delle vocali (Curtiss, 1973). Dopo l'acquisizione delle prime parole, il personale dell'ospedale assistette ad una vera e propria "esplosione del vocabolario", ovvero ad un ampliamento brusco ed esponenziale del repertorio lessicale che arrivò a contare un centinaio di parole. Tale fenomeno è documentato nei bambini normali intorno ai 18 mesi d'età, ma Genie aveva allora 14 anni. Prima del novembre 1972, Genie si mostrava in grado di mettere insieme solo due o tre parole per esprimere contenuti semantici e per esplicitare relazioni sintattiche (ibidem), formando così le sue prime piccole frasi ("more soup", "Genie purse" [4]). Da quel periodo in poi, Genie iniziò ad utilizzare le prime rudimentali forme grammaticali. In quel periodo, la lunghezza e la complessità delle frasi aumentarono progressivamente ("After dinner have cookie", "Curtain have flower") a dimostrazione di una crescente abilità nella costruzione delle strutture frasali. Vennero documentati i suoi primi tentativi di utilizzo delle preposizioni, dei plurali e del morfema possessivo "'s" proprio del genitivo anglosassone, nonché alcune sporadiche forme di verbi irregolari al passato (gave, took). Per quanto riguarda lo sviluppo cognitivo di Genie, gli operatori si trovarono d'accordo sul fatto che la ragazzina non fosse ritardata, ma normalmente dotata. All'inizio della sua permanenza all'ospedale, lo psicologo David Elkind la sottopose all'esercizio dell' "errore A non B" e constatò che Genie aveva compreso la permanenza dell'oggetto. Le fu somministrata la Wechsler Intelligence Scale for Children (WISC), la quale senza sorpresa rivelò punteggi estremamente bassi nelle prove verbali (con punteggi ponderati mai superiori a 2) ma, di contro, punteggi piuttosto alti alle prove di performance (punteggi ponderati di 8 o 9). Anche la Scala Leiter, che non utilizza materiale verbale, fece registrare punteggi nella norma in molti subtest. La scala di intelligenza Stanford-Binet, rivelava invece un'età mentale di 5 anni e 8 mesi.Tra il 1974 e il 1975, Genie era in grado di produrre frasi come "want Curtiss play piano", "Teacher said Genie have temper tantrum outside", "Marilyn said not lift my leg in the dentist chair". Curtiss, attraverso i suoi test linguistici, dimostrò inoltre come le sue capacità di comprensione linguistica fossero di gran lunga superiori a quelle di produzione, fatto che alimentò l'ottimismo degli operatori per un progressivo miglioramento nelle abilità di Genie. Tuttavia, le potenzialità di sviluppo linguistico di Genie, pur essendo state formidabili ed inaspettate, mostrarono i loro limiti. Se paragonate a quelle dei coetanei, le capacità di espressione linguistica di Genie erano comunque scarsissime e chiaramente deficitarie. Genie non arrivò mai ad acquisire abilità di costruzione grammaticale superioi a quelle sopra citate, nemmeno con allenamenti intensivi e continui esercizi linguistici. Inoltre, Genie non usava mai la comunicazione verbale quando poteva evitarla, e non arrivò mai a comprendere la complessa funzione sociale del linguaggio, se non a livello elementare (Curtiss, 1975). Dopo il 1975, fu provato l'inserimento di Genie in alcune famiglie affidatarie, ma queste esperienze furono tutt'altro che serene e le abilità linguistiche, comunicative e sociali acquisite regredirono sensibilmente. Dopo una serie di vicende, la madre naturale di Genie reclamò la sua potestà sulla figlia e decise di ritirare la sua disponibilità ad affidare di nuovo Genie alle cure del personale ospedaliero. Non si sa molto della sorte di Genie dopo il 1978. Nel 1992, alcune persone riuscirono a rintracciarla e la descrissero come praticamente incapace di parlare. È del 2000 l'ultimo aggiornamento disponibile sulle sue condizioni, che descrive Genie come ospite fissa di una casa di cura, capace di produrre solo alcune parole ma in grado di esprimersi con il linguaggio dei segni.La tragica storia di Genie ha rivelato che una persona deprivata del linguaggio dopo il periodo critico è in grado di acquisire un vasto repertorio lessicale e la conoscenza di alcune regole morfologiche e sintattiche, ma ha anche dimostrato che una simile deprivazione precluderà per sempre la capacità di acquisire e di padroneggiare un'abilità grammaticale sufficiente. Possiamo anche osservare che Genie ha acquisito i vari aspetti del linguaggio seguendo il percorso e le tappe normali dello sviluppo linguistico di tutti i bambini. Inoltre, questa storia ha dimostrato come lo sviluppo cognitivo sia in gran parte indipendente dallo sviluppo linguistico. Tuttavia, resta fermo che, ad oggi, è impossibile stabilire quanto e come il mancato apprendimento della normale competenza linguistica possa influenzare lo sviluppo intellettivo e se ciò possa o meno produrre distorsioni del pensiero e dei processi di ragionamento (vedi la prospettiva storico-culturale di Vygostkij e le teorie sul rapporto tra pensiero e linguaggio di Sapir-Whorf).Riporto di seguito il link di un bellissimo documentario pubblicato su Youtube che racconta l'intera vicenda di Genie: https://www.youtube.com/watch?v=hmdycJQi4QA .
 
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Victor dell'Aveyron [5] è il nome che venne dato ad un ragazzino di 11-12 anni che ha vissuto per anni in isolamento nei boschi dell'Aveyron (nella Francia centro-meridionale). Tra il 1794 e il 1798, alcuni cacciatori avvistarono a più riprese un ragazzino nudo, con i capelli lunghi e dalle sembianze di un animale selvaggio aggirarsi per i boschi dell'Aveyron. Nel settembre 1799, il ragazzo venne finalmente catturato, imbrigliato e affidato alle cure di una donna di un paese vicino, ma presto riuscì a spezzare le corde che lo contenevano e fuggì facendo ritorno nei boschi. Fu di nuovo catturato nel settembre 1800 da alcuni cacciatori e da quel momento il governo francese si interessò seriamente al caso del "bambino selvaggio dell'Aveyron". Fu trasferito in diversi ospedali, nei quali soggiornò per alcuni mesi e dove fu sottoposto a visite mediche. Venne in seguito condotto a Parigi, dove fu visitato dal celebre psichiatra illuminato Philippe Pinel, il quale decretò che il ragazzo fosse in realtà affetto da un grave ritardo mentale e che la storia della sua natura selvaggia fosse una montatura. Victor fu portato all'Istituto Nazionale per i sordo-muti di Parigi, dove fu deciso di tentare un programma di trattamento per il bambino selvaggio, creduto da alcuni sordo-muto. Veniva descritto come segue: "Il ragazzo aveva 12 o 13 anni, ma era alto soltanto un metro e quaranta. Di carnagione chiara, la sua faccia era chiazzata di cicatrici e segnata da diverse piccole ferite. Aveva occhi scuri e infossati e un lungo collo sfigurato da una spessa cicatrice" (Candland, 1993). Non era capace di tenere la stazione eretta, infatti camminava prevalentemente utilizzando i quattro arti come un quadrupede. Un giovane medico, Jean Marc Gaspard Itard, decise di studiare il caso del ragazzo e di provare un programma di educazione e di civilizzazione senza precedenti, nonostante tutti i colleghi gli consigliassero di desistere da un'impresa a loro avviso fallimentare in partenza. Itard chiamò il ragazzo Victor, decise di adottarlo e di portarlo a vivere con sé nella sua villa, dove risiedeva con la sua domestica personale. Itard lo descrive così quando lo vede per la prima volta: "un bambino disgustosamente sporco, dominato da movimenti spasmodici e spesso da convulsioni, si dondolava avanti e indietro senza sosta come certi animali dello zoo, mordeva e graffiava chi gli si opponeva, non mostrava segni di affetto per chi si prendeva cura di lui; era indifferente verso ogni cosa e incapace di prestare attenzione" (ibidem). Aggiunge poi Itard: "I suoi occhi vacillavano, senza espressione, passando in modo vacuo da un oggetto all'altro senza soffermarsi su niente. La sua voce era ridotta ad uno stato di totale mutismo e dal suo corpo usciva soltanto un suono gutturale uniforme". Nei primi tempi, Victor era quindi un essere umano solo nella forma; era un creatura sfregiata, che si contorceva e grugniva come le bestie, ingurgitava rifiuti marcescenti, i cui unici interessi erano mangiare, bere, dormire e fuggire dal contatto umano (Candland, 1993). I primi sforzi di educazione di Itard si limitarono al contenimento degli istinti aggressivi di Victor. Il bambino non tollerava di essere vestito, cercando in tutti i modi di strapparsi gli abiti di dosso. Non mostrava una normale percezione della temperatura, infatti una volta fu trovato a correre nudo nella neve con apparente appagamento. A Victor venne poi insegnato a mantenere la stazione eretta. Itard si avvalse dapprima di tecniche di contenimento e di regolazione del comportamento che ad oggi potrebbero essere lette come tecniche comportamentali di rinforzo e punizione. Il rinforzo che si dimostrò essere di maggiore gradimento per Victor era l'acqua, che ingurgitava con bramosia e con un piacere insaziabile. Il comportamento di Victor si fece gradualmente meno sregolato e arrivò ad adattarsi sufficientemente ad un contesto quotidiano. Dopo anni di educazione, Victor riuscì ad adeguarsi agli schemi comportamentali propri di un umano normale. Itard tentò di educare Victor con metodi di sua invenzione, grazie anche al costante aiuto della domestica. Itard insegnò a Victor ad abbinare oggetti di uso comune (forbici, coltello, pettine) dapprima alle loro rappresentazioni grafiche, poi alle parole corrispondenti scritte su una lavagna o composte da letterine di legno. Victor dimostrò di aver appreso la corrispondenza tra rappresentazione eidetica, parola scritta e addirittura con la parola relativa agli oggetti pronunciata da Itard, ma ciò sembrava semplicemente l'esito di un condizionamento operante raggiunto tramite una lunga serie di apprendimenti per prove ed errori, rinforzi e punizioni. Victor non arrivò mai a comprendere la funzione comunicativa del linguaggio. Victor esprimeva le sue intenzioni e i suoi bisogni soltanto con l'intervento della fisicità, ovvero puntando il braccio verso oggetti di suo interesse, (porgendo un bicchiere d'acqua quando voleva bere ad esempio), oppure tramite grugniti e ululati, che comunque non erano necessariamente indicativi di un tentativo di comunicazione. Inoltre, non riuscì mai ad acquisire la minima competenza linguistica. Itard tentò strenuamente di insegnare a Victor a pronunciare alcune parole mettendolo in condizioni di frustrazione, come ad esempio brandendo davanti a lui un bicchiere di acqua o di latte quando lo chiedeva e pronunciando innumerevoli volte la parola "eau" o "lait" nel disperato tentativo di far apprendere a Victor il rapporto tra significante, significato e oggetto. Questa intenzione fu totalmente fallimentare. In realtà, Victor arrivò a pronunciare la parola "lait" quando gli si presentava del latte, con enorme stupore di Victor e della domestica, ma i due si resero conto molto presto che Victor usava la parola non come esito dell'acquisizione della funzione linguistica, ma soltanto come una "sorta di esercizio preliminare che precedeva meccanicamente la soddisfazione del desiderio di latte", quindi un comportamento senza alcun significato comunicativo (Candland, 1993). L'unica acquisizione linguistica vera e propria di Victor fu quando iniziò a pronunciare spontaneamente l'espressione "Oh Dieu" in condizioni di felicità o esaltazione; questa espressione, infatti, era sovente usata dalla domestica, per cui possiamo ipotizzare l'intervento di una forma di apprendimento sociale da esposizione diretta al linguaggio (Bandura). Victor non riuscì mai a comprendere la "funzione segnica" (Hjelmslev) e la "significazione" (De Saussure), ed Itard fu costretto ad abbandonare le sue speranze di insegnare a Victor a parlare. Gli unici veri successi di Victor furono l'adattamento agli schemi di comportamento civile, l'acquisizione del significato sociale delle azioni, la comprensione delle rappresentazioni grafiche di alcuni oggetti e l'uso dell'espressione "Oh Dieu"; inoltre, il ragazzo mostrò di aver raggiunto un notevole livello di affettività e un chiaro attaccamento nei confronti di Itard e della domestica. Victor non fece mai ulteriori progressi e morì nel 1828.
Kamala e Amala [6] sono i nomi che furono dati a due bambine, rispettivamente di circa 8 anni e di 18 mesi di età, che vissero per molto tempo nelle foreste nei dintorni di Midnapore, in India, probabilmente a stretto contatto con una popolazione di lupi. La sequenza di eventi che portò alla loro scoperta resta ancora non chiara, le fonti infatti sono piuttosto contraddittorie. Di certo vi è solo che nell'ottobre del 1920 furono portate in un orfanotrofio e trattate dal punto di vista medico ed educativo. Il rettore dell'orfanotrofio, il Reverendo Singh, tenne dei diari in cui annotava le osservazioni e i progressi frutto dalle cure riservate alle due bambine. Il Reverendo scrisse che al ritrovamento le bambine camminavano sui quattro arti, "erano ricoperte da uno strano tipo di piaghe su tutto il corpo" e "presentavano calli molto estesi sulle ginocchia e sui palmi delle mani, sviluppati per l'aver sempre camminato su quattro zampe". Dai diari del Reverendo ricaviamo che le bambine mostravano un comportamento affine a quello dei lupi. Non tolleravano la vicinanza umana, si opponevano ai tentativi di avvicinamento con morsi e graffi e a volte rispondevano mostrando i denti. Manifestavano totale distacco e indifferenza verso le altre persone dell'orfanotrofio, ricercavano costantemente la solitudine e si ritiravano insieme negli angoli delle stanze o nei luoghi più isolati della struttura, sedendo per ore e guardando il vuoto senza interruzioni. Le bambine erano attive soltanto di notte e non tolleravano la luce del sole, infatti dormivano di giorno; di conseguenza, mostravano una capacità visiva molto maggiore nell'oscurità che nella luce del giorno. Rifiutavano con aggressività i tentativi di essere vestite e lavate e non mangiavano cibo cucinato. Le bambine si mostravano disposte a mangiare soltanto carne cruda, prediligendo soprattutto quella ancora attaccata alle ossa degli animali. Avevano un senso dell'olfatto estremamente più sviluppato di quello degli umani normali, tanto che riuscivano ad intercettare la presenza di persone e umani anche a grande distanza (infatti, furono spesso viste accorrere a divorare animali morti nelle vicinanze). Non impararono mai a camminare in posizione eretta. Se qualcosa ostacolava il loro percorso, come una porta chiusa, le bambine graffiavano insistentemente con le unghie sulla sua superficie finché qualcuno non fosse venuto a rimuovere l'ostacolo. Il Reverendo notò anche delle curiose anomalie fisiche: la sagoma delle mandibole e delle mascelle era sensibilmente più pronunciata di quella degli umani normali e, fatto ancora più interessante, di notte i loro occhi presentavano una specie di velatura bluastra, probabilmente attribuibile alle modificazioni strutturali della retina dovute all'esclusiva attività notturna. Mangiavano voracemente chinandosi per terra e immergendo il volto nel cibo e dormivano come i cuccioli di cane, una sopra l'altra.Già nei primi mesi del 1921, tuttavia, le bambine mostrarono crescenti segnali di attaccamento verso le persone dell'orfanotrofio e una sempre minore resistenza ai tentativi di contatto. Nel settembre 1921 le bambine si ammalarono di una grave forma di infezione parassitaria da vermi, e Amala morì. Kamala cercava istintivamente di risvegliare la sorella, toccandole la faccia, aprendole le palpebre e scostandole le labbra; per 6 giorni non volle lasciare che il corpo di Amala venisse toccato e venne vista anche piangere sommessamente. Passò le settimane successive in solitudine, odorando tutti i posti che Amala frequentava. Kamala invece visse per altri 8 anni nell'orfanotrofio, sottoposta alle cure e ai trattamenti educativi. Il suo comportamento si fece progressivamente più sociale e meno aggressivo. Nel corso degli anni sembrò addirittura imparare ad utilizzare alcune parole, ma ad un'attenta analisi quello che imparò fu soltanto l'uso di alcuni suoni affini alle reali parole al fine di indicare alcuni semplicissimi concetti od oggetti (ad esempio, in lingua Bengali, i bambini dell'orfanotrofio dicevano "ha" per dire di sì, e quando a Kamala veniva offerto del cibo lei articolava "huu"). Arrivò ad utilizzare una trentina di "simil-parole". Fu descritto che, quando le si parlava, compariva sul suo viso un sorriso molto dolce, il quale scompariva però immediatamente quando l'interlocutore smetteva di parlarle. Nonostante gli sforzi, il comportamento di Kamala rimase sempre privo di curiosità ed interesse, se non per le funzioni fisiologiche. Le sue condizioni di salute peggiorarono nel 1929, e nel novembre dello stesso anno morì, all'età approssimativa di 17 anni.
Queste drammatiche storie ci insegnano molto sulla natura umana. Ho aperto l'articolo con un interrogativo, a cui adesso proviamo a rispondere. L'uomo, senza l'intervento della cultura e della socialità, sarebbe una creatura misera, dominata esclusivamente dai bisogni fisiologici ed estremamente vulnerabile. Non avrebbe senso paragonare un feral child ad un'altra specie animale, perché la maggior parte degli animali sono organismi gregari, il cui comportamento è regolato, orientato e dotato di significato da norme sociali più o meno complesse apprese per imprinting o per esposizione diretta nel corso della vita. Non avendo avuto nemmeno questa possibilità, un feral child non è un animale, né tantomeno un umano, ma una creatura degradata ed inclassificabile. Un feral child avrebbe, per assurdo, la possibilità di diventare un bambino normale qualora possedesse abilità linguistiche basilari tali da permettergli di comprendere e di interrogarsi sul significato del comportamento suo e altrui, della socialità e delle norme civili, ma un feral child è tale per non essere mai stato esposto al linguaggio umano, per cui, visto che cultura e linguaggio sono inscindibili, non avrà nessuna speranza di accedere ad una vita normale. Resta da comprendere quale possa essere il vissuto psicologico interno di un feral child. Probabilmente, la complessità del suo vissuto mentale, della sua coscienza, è estremamente limitata a causa della deprivazione di stimolazione sociale e, soprattutto, dalla mancanza del linguaggio, che si tramuta in un'assenza totale di "linguaggio interno" (vedi Vygotskij), con conseguenze che sono davvero difficili da immaginare. Un feral child è una creatura vissuta terribilmente "contro-natura", aliena e incomprensibile, un qualcosa di "altro", né umano né animale.L'essere umano, in sintesi, è ciò che l'essere umano ha fatto nel corso della sua evoluzione, cioè si è umani soltanto se si nasce e si cresce immersi in ciò che l'uomo ha costruito nella storia.
 
Bibliografia
Anolli, L. (2000). Psicologia della comunicazione. il Mulino. BolognaAnolli, L., Legrenzi, P. (2001). Psicologia generale. il Mulino. Bologna. Nuova edizione 2009.Berti, A.E., Bombi, A.S. (2005). Corso di psicologia dello sviluppo. il Mulino. Bologna. Nuova edizione 2008.Camaioni, L. (1993). Manuale di psicologia dello sviluppo. il Mulino. Bologna. Edizione 1999.Candland.,D.K. (1993). Feral children & clever animals. Reflections on human nature. Oxford University Press. New York.Cassano, G. B., Tundo A., (2006). Psicopatologia e clinica psichiatrica. UTET. Milano.Curtiss, S. Krashen, S., Fromkin, V., Rigler, D, Rigler, M. (1973). Language acquisition after the critical period: Genie as of April, 1973. 98-103. Reperibile dal sito http://linguistics.ucla.edu/people/curtiss/index.htmCurtiss, S., Fromkin, V., Rigler, D., Riger, M., Krashen, S. (1975). An update on the linguistic development of Genie. In Dato, D.P. (Ed.) Developmental Psycholinguistics: Theory and Applications. Washington, D.C.: Georgetown University Press, 145-153. Reperibile dal sito http://linguistics.ucla.edu/people/curtiss/index.htmGray, P. (2012). Psicologia. Terza edizione italiana condotta sulla sesta edizione americana. Zanichelli. Bologna.Mazzucchi, A. (1999). La riabilitazione neuropsicologica. Premesse teoriche e applicazioni cliniche. Masson. Milano.Mecacci, L. (a cura di). (2001). Manuale di Psicologia generale. Giunti. Firenze.Perry, B,D., Pollard, R. (1997). Altered brain development following global neglect in early childhood. The ChildTrauma Academy.
Note
[1] Materiale ricavato dal sito http://www.opsonline.it/printable-65-65.html, visitato il 7 settembre 2014.[2] Articolo ricavabile dal sito http://www.ou.edu/cwtraining/assets/pdf/handouts/2010/Altered%20brain%20...,visitato il 7 settembre 2014.[3] Per la stesura di questa sezione ho regolarmente tenuto in considerazione la pagina di Wikipedia dedicata a Genie (http://en.wikipedia.org/wiki/Genie_(feral_child)) e quella specifica sul suo sviluppo linguistico (http://en.wikipedia.org/wiki/Linguistic_development_of_Genie ), visitate nel settembre 2014 . Ogni affermazione presente su queste pagine, ricchissime di dettagli, è accompagnata da una fonte o da un riferimento bibliografico, per cui possiamo ritenere quanto esposto completamente affidabile.[4] È impossibile rendere in italiano il significato di un inglese grammaticalmente scorretto, per cui queste frasi verranno lasciate in inglese.[5] Questa sezione deriva da un'integrazione tra il testo di Candland (1993) e la pagina di Wikipedia su Victor dell'Aveyron http://en.wikipedia.org/wiki/Victor_of_Aveyron, corredata di numerose citazioni bibliografiche e visitata nell'ottobre 2014.[6] La sezione è ricavata da un'integrazione di varie parti del testo di Candland (1993). Le foto delle bambine sono state utilizzate come fotografia introduttiva dell'articolo nella prima pagina.