L’anoressia giovanile: conferenza di Giorgio Nardone

Il giorno 22 giugno 2017 a Pontedera è stata condotta, dal noto psicoterapeuta Giorgio Nardone, una conferenza sul tema dell’anoressia giovanile. Giorgio Nardone è allievo di Paul Watzlawick ed è considerato tra le figure di maggiore spicco della scuola di Palo Alto: ha trattato ben 25.000 casi con successo ed ha fondato e dirige oggi il Centro di Terapia Strategica situato ad Arezzo.
La conferenza viene tenuta nell’auditorium del Museo Piaggio, e a presentare il dottor Nardone è l’allieva Daniela Birillo, psicoterapeuta del Centro di Terapia Strategica. Ci racconta della prima volta che ha visto una seduta condotta da Nardone , dove ebbe la prova di come quella cura che descritta nei libri sembrava avverarsi quasi per “magia”, vista la fluidità con cui era condotta durante le sedute, era effettivamente efficace ed efficiente. Passa la parola al suo maestro Giorgio Nardone, che inizia la conferenza inneggiando scherzosamente ai ricordi di libertà sulla sua vespa di molti anni fa, ricordi suscitati dalle varie raffigurazioni presenti nell’auditorium.
Perciò, dopo aver sciolto l’atmosfera, inizia a trattare l’argomento del suo nuovo libro, “L’anoressia giovanile: una terapia efficace ed efficiente per i disturbi alimentari”. Ci presenta fin da subito un dato sconcertante: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’anoressia giovanile rappresenta la seconda causa di morte in età giovanile, dopo gli incidenti stradali. Secondo l’associazione americana dei Disturbi Alimentari associati ad Anoressia Nervosa (National Association of Anorexia Nervosa and Associated Disorders, ANAD), gli esiti positivi del trattamento non superano il 40%, il 45% dei casi si cronicizza ed il restante 15% dei casi va incontro alla morte. È la patologia più temuta da psicoterapeuti e psichiatri, tanto quanto profondamente amata da chi ne è vittima: per comprenderlo, basta digitare pro ana su Google scoprendo così molti gruppi di discussioni tra ragazze che attraverso consigli su come ingannare genitori, psicologi e controllare i crampi della fame, si aiutano reciprocamente a perdere peso e ad evitare di essere costrette a abbandonare questa, da loro percepita, sublime condizione. Di fatto questo desiderio di rimanere vittime della patologia non è così incomprensibile come può sembrare: la forte restrizione alimentare comporta, infatti, modificazioni biologiche tra cui un aumento della produzione di endorfine che suscita i medesimi effetti derivanti dall’uso di cocaina, cioè un profondo benessere e stati di piacevole eccitazione. Nardone sottolinea che, al contrario di come ingenuamente si pensi, l’anoressia è una malattia antica, comune nelle nobildonne per distinguersi dalla plebe e nelle religiose più devote a Dio: è il simbolo della ricerca del controllo totale su di sé (cioè l’opposto del piacere coinvolgente in cui “perdersi”), dell’astinenza come mezzo per raggiungere l’estasi ed innalzarsi al di sopra degli altri, controllando qualcosa che risulta irresistibile a tutti: il cibo ed il piacere. Ad oggi, inoltre, il fenomeno è amplificato dall’effetto della desiderabilità sociale, a causa dell’influenza esercitata dalla moda che propone sulle passerelle un ideale di bellezza anoressoide ed unisex. Riguardo quest’ultimo punto, il sociologo Sabino Acquaviva aveva predetto anni fa la mira da parte di stilisti e direttori di riviste di proporre un modello maschile sempre più efebico e uno femminile, sempre più androgino. Nardone chiarisce però immediatamente che sarebbe scorretto attribuire tutta la responsabilità dell’incremento di questi disturbi agli stilisti: “la moda informa i comportamenti, ma a sua volta è influenzata dai costumi sociali”, scrive nel suo libro, ed è sicuramente così. In ogni caso, ci ricorda che l’uso dell’astinenza come mezzo di elevazione può sussistere solo nelle società opulente, per chiarire ciò ci racconta dello stupore della sua collega e direttrice dell’ospedale psichiatrico di Bombay quando nel 1993 scoprì che Nardone si occupava di anoressia, poiché in India era condizione veramente rarissima e non la riteneva una tematica clinica così saliente. Undici anni dopo, l’India aveva raggiunto un miglior livello di benessere ed incominciò a formarsi una prima middle class, mentre  la collega indiana tornava da Nardone per informazioni e consigli sul trattamento dell’anoressia.
Nardone, a questo punto della conferenza, inizia a parlare della sua terapia e in particolare, della conduzione della prima seduta. Specifica che l’efficacia della terapia è superiore all’80% e la durata del trattamento non supera solitamente le venti sedute, inclusi i follow up a distanza di oltre due anni dall’estinzione del disturbo, che, solitamente, avviene nelle prime dieci sedute. Sottolinea con forza, però, che già dopo la prima seduta ci devono essere dei piccoli cambiamenti. Il primo incontro viene condotto in presenza della paziente con la sua famiglia e “ci si gioca” la possibilità di realizzare o meno l’intervento terapeutico poiché essendo le ragazze riluttanti alla cura, è necessario persuaderle della necessità di farsi curare, applicando delle tecniche che inneschino da subito il cambiamento. Viene eseguita un’indagine sul problema con una serie di domande per identificare la tipologia di disturbo alimentare, ed una volta identificato, si procede con la ristrutturazione della responsabilità dei genitori rispetto alla salute della figlia. Ed è proprio per questo che curare l’anoressia giovanile è meno difficoltoso rispetto a curare quella adulta: i genitori spesso in queste condizioni sono completamente ostaggi della figlia, ma mettendoli di fronte al loro ruolo legale di tutori, come Nardone scrive, “li si inchioda alla loro effettiva responsabilità, senza via di scampo”, ridando loro potere ed evitando che continuino ad essere complici della patologia. Lo psicologo si accorda, quindi, con i genitori che se la ragazza continua a perdere peso, sino alla soglia di rischio reale, dovranno condurla al pronto soccorso e, rivolgendosi alla figlia, utilizza un’immagine fortemente evocativa: “ti applicheranno un sondino nel naso e ti gonfieranno come un palloncino”. La paziente è solitamente spaventata poiché realizza che i genitori hanno delle responsabilità nei suoi confronti e non vuole assolutamente “essere gonfiata come un palloncino” e viene messa di fronte ad una illusione di alternativa: “puoi evitare tutto questo se accetti di recuperare gradualmente mezzo chilo a settimana, non di più… altrimenti ci sarà il sondino che ti gonfierà come un palloncino e riprenderai tanti chili tutti insieme. Certo puoi pensare di ricominciare da capo, ma cosi ci sarà un’altra volta il sondino ad aspettarti… Se invece accetti di riprendere gradualmente e lentamente mezzo chilo a settimana possiamo pianificare insieme come realizzarlo facendoti giungere sino al tuo peso forma e senza farti prendere un etto in più di questo”. A questo punto, generalmente, la ragazza ha un atteggiamento rassegnato e viene cambiato registro comunicativo e relazione iniziando un dialogo suggestivo: le viene chiesto cosa le piacerebbe mangiare, partendo dall’ipotetico presupposto che i cibi da lei desiderati non facciano ingrassare. Ad esempio, se la ragazza risponde che vorrebbe mangiare una pizza, le si chiede se preferisce la pizza alta e soffice o bassa e croccante, con tanta mozzarella calda e filante o con tanto pomodoro che deborda, utilizzando quindi immagini fortemente evocative del piacere della degustazione con il fine di, parole di Nardone, “mettere in un sistema di astinenza umana una piccola sensazione di piacere. E’ il virus che comincia ad entrare dentro”. È una semplice strategia per risvegliare il senso del piacere negato dal cibo, basata sulle evidenze che le visualizzazioni guidate producono effetti sensoriali non dissimili da quelli reali. A questo punto si negozia tutto ciò che dovrà mangiare pasto per pasto nella settimana successiva e si forma un accordo con i genitori che dovranno rimanere a tavola con la figlia finché non ha mangiato ciò che è stato concordato, senza forzarla, semplicemente restando lì con lei, essendo liberi di stare zitti come di parlare di qualsiasi cosa, fuorché del cibo. Inoltre, almeno uno dei due genitori deve restare almeno un’ora dopo per prevenire, sempre con discrezione, il vomito o l’exercising immediato della ragazza. Il risultato di questo processo è che la settimana seguente, nel 83% dei casi, la paziente ha preso il mezzo chilo concordato. Secondo Nardone non esistono cure a lungo termine sull’anoressia; i trattamenti efficaci devono esserlo nel breve termine, altrimenti il rischio è di diventare complici della patologia; gli psicofarmaci, inoltre, nonostante vengano molto pubblicizzati, non mostrano evidenze di efficacia significative.
Giunti quasi al termine della conferenza, si apre un dibattito con il pubblico e dalle domande vengono fuori spunti molto interessanti e utili. Alcuni genitori chiedono dei consigli per capire quali sono i segnali che possono evidenziare un inizio della patologia. Nardone risponde che è necessario stare attenti all’alimentazione dei figli, che spesso un desiderio anoressoide viene celato dalla scelta di una dieta vegana o vegetariana: generalmente le ragazze che diventano anoressiche incominciano evitando di mangiare cibi ipercalorici, e ciò viene giustamente vista dai genitori come una cosa positiva essendo dannosi per salute, ma poi si passa a ridurre sempre di più e drasticamente i carboidrati; il vero segnale d’allarme, però, spiega lo psicoterapeuta, è quando la ragazza inizia ad non assumere più proteine, poiché significa che non vuole prendere massa muscolare. Successivamente, si apre una discussione sul ruolo della famiglia che, sostiene Nardone, negli ultimi 25 anni ha perso la capacità correttrice e di contenimento verso i figli, che crescono senza figure di riferimento solide e senza superare ostacoli con le loro risorse, che è invece fondamentale per diventare persone in grado di gestire sé stesse: “siamo in una società debosciata che produce adulti incapaci” sostiene. Parla anche del comportamento dei dirigenti scolastici, che spesso si attaccano spasmodicamente alla burocrazia sostenendo ad esempio che non possono fare niente per salvare una ragazza dalla bocciatura dovuta alle numerose assenze a scuola. Nardone, sottolineando che quasi sempre le ragazze anoressiche vanno molto bene a scuola, sostiene che lo psicoterapeuta ha il dovere di informare il dirigente che se quest’ultimo agisce senza provare ad evitare una eventuale bocciatura della ragazza che è in cura e sta facendo progressi, si deve assumere la responsabilità di un eventuale peggioramento dei sintomi, e nel peggiore dei casi, del suicidio della stessa. Inoltre, alla domanda se l’anoressia può essere conseguenza di un evento traumatico risponde che raramente è così e che in ogni caso è di secondaria importanza, infatti risponde molto fermamente che non c’è niente di più importante, in quel momento, se non salvare la vita alla paziente curando il sintomo; ci sarà tempo una volta superata la fase acuta di andare ad indagare l’eventuale causa sottostante. Accenna infine all’esistenza anche dell’anoressia maschile, spesso definita vigoressia, che sta aumentando sempre di più la sua incidenza nei paesi occidentali. Conclude dicendo che a volte anche la madre della ragazza anoressica soffre dello stesso disturbo, mai affrontato o mal curato; in tal caso si forma un legame patologico tra le due, per cui è necessario curarle insieme se si vogliono ottenere dei risultati duraturi, ed è spesso la madre quella più resistente al trattamento.
A questo punto, con ancora tante domande per la testa, la conferenza si chiude, lasciandoci con la curiosità di saperne di più su un disturbo così frequente e difficile da affrontare quale l’anoressia giovanile. 
 
 
Anna Lombardi
Ezequiel Bataglini