L’aromaterapia: retaggio della medicina antica o nuova frontiera delle neuroscienze?

di Eleonora Malloggi
 

 
Excursus storico: le piante aromatiche tra magia e scienza
L’utilizzo delle piante aromatiche a scopo curativo affonda le sue radici nell’antichità, quando la malattia era interpretata come punizione divina e i guaritori erano pochi eletti capaci di interpretare il volere degli dei. Il primo erbario della storia fu stilato dall’imperatore cinese Shen Nung, soprannominato il divino guaritore, autore di oltre 250 ricette consistenti in miscele di erbe e minerali. Ma fu la cultura Egizia la più importante fruitrice di erbe per scopi medici, in particolare papavero e canapa, di cui abbiamo testimonianza tramite i numerosi papiri raffiguranti sacerdoti - gli unici in grado di comunicare con gli dei -  che somministrano elisir di lunga vita e rimedi per le più svariate funzioni - tutt’oggi ancora avvolti da un alone di mistero - incluso il potenziamento della memoria e della concentrazione, la cura di malattie e la conservazione dei corpi dopo la morte (Signore et al., 2013). Questo tipo di medicina di stampo magico-sacerdotale si diffuse nelle civiltà assiro-babilonese, cinese e indiana fino ad arrivare ai greci e ai romani.                                        
Fu Ippocrate nel IV secolo a.C. a dissolvere quell’aura intrisa di misticismo che circondava la medicina erboristica, facendo assurgere questa pratica a dignità di scienza con la fondazione del metodo clinico di diagnosi, prognosi e terapia (Miller & Miller, 1999).
Nel Medioevo, tuttavia, con l’epidemia di peste e la conseguente perdita degli scritti sulle erbe, la medicina subì un’involuzione e si impose nuovamente la credenza della malattia come punizione divina; si diffuse la medicina monastica con il metodo della “segnatura”, secondo cui le forme delle piante indicavano la loro funzione medica in base all’organo del corpo umano a cui somigliavano (Caprino et al., 2011).
Soltanto con il Rinascimento le teorie di Ippocrate e Galeno ripresero vigore, grazie alla diffusione dei loro scritti e ad un rinnovato interesse nei confronti dell’antichità classica (Caprino et al, 2011). E’ grazie al chimico francese René-Maurice Gattefossé che oggi utilizziamo il termine “aromaterapia”, termine che egli coniò a seguito di un incidente nel laboratorio della sua azienda di profumi: il chimico si ustionò una mano e provò sollievo con l’olio essenziale di lavanda, scoprendone così le sue proprietà lenitive; inoltre, durante l’epidemia di influenza spagnola del 1918, Gattefossé ebbe l’opportunità di ampliare le sue conoscenze sulle piante aromatiche utilizzando gli oli essenziali di lavanda e salvia come disinfettanti (Miller & Miller, 1999).
Per tutto il 900, tuttavia, l’utilizzo degli oli essenziali rimase circoscritto alla cura delle infezioni come alternativa alla medicina tradizionale; solo all’inizio del XXI secolo l’interesse scientifico si è spostato sullo studio degli effetti psicologici dell’aromaterapia, in particolare sulle conseguenze dell’inalazione degli oli essenziali delle piante aromatiche sulle funzioni cognitive.

Effetti psicologici di Lavandula angustifolia e Mentha piperita

Recenti studi hanno rilevato modificazioni a livello comportamentale in seguito all’inalazione degli oli essenziali di alcune piante aromatiche; in particolare, è emerso che le componenti molecolari di lavandula angustifolia e mentha piperita, comunemente dette lavanda e menta, sono responsabili del potenziamento di varie funzioni cognitive.
Nel suo studio del 2015, Sellaro ha riportato che, in seguito all’inalazione dell’olio essenziale di lavanda, i soggetti (giovani adulti sani) mostravano una maggiore accuratezza, rispetto alla condizione baseline, nel “Simon effect task” (Simon et al., 1969), un compito che misura la capacità di conflict monitoring. Il cosiddetto “effetto Simon” si riferisce al fatto che i tempi di reazione sono di solito più veloci quando lo stimolo target compare nello stesso posto in cui deve essere erogata la risposta.
Dati interessanti sono stati riportati da vari studi anche per quanto riguarda l’ansia ed il tono dell’umore. Uno studio del 2016 di Franco ha rilevato una notevole correlazione tra inalazione di olio essenziale di lavanda e riduzione dello stato d’ansia. Nella sua indagine sperimentale, Franco ha somministrato la scala “State and Trait Anxiety Inventory” (STAI) (Spielberger et al., 1983) in due gruppi di donne dai 18 anni in su, poco prima di essere sottoposte ad un intervento al seno; dai risultati è emerso che lo stato d’ansia risultava diminuito nel gruppo esposto a inalazione di olio essenziale di lavanda, mentre nell’altro gruppo, esposto all’inalazione di un altro tipo di olio essenziale, non si riscontravano differenze significative rispetto alla condizione baseline.
Gli effetti dell’aromaterapia all’olio essenziale di lavanda sul tono dell’umore e sul livello d’ansia erano già stati indagati nella popolazione clinica: 14 donne di età media di 65 anni con insufficienza renale e con diagnosi di depressione (lieve, moderata o severa) furono valutate con “Hamilton rating scale for depression” (HAMD) (Hamilton et al., 1960) e “Hamilton rating scale for anxiety” (HAMA) (Hamilton et al., 1959) prima di ogni sessione di emodialisi, ponendo i punteggi a confronto con quelli del gruppo di controllo e con quelli della condizione inodore. I risultati emersi riportarono una significativa riduzione dei punteggi al test HAMA per quanto riguardava il gruppo sottoposto ad aromaterapia.
Per quanto riguarda la menta, la letteratura scientifica ha fornito dati che riportano un’azione di potenziamento della memoria di lavoro e di diversi tipi di attenzione, tra cui attenzione sostenuta, attenzione selettiva, attenzione divisa e allerta. L’attenzione selettiva e l’attenzione divisa sono state misurate in uno studio condotto da Ho C. nel 2005 in cui giovani adulti sani sottoposti a inalazione di olio essenziale di menta mostravano una performance migliore in un “dual task” rispetto al gruppo di controllo. Uno dei due compiti del “dual task” consisteva in un flusso continuo di lettere che scorrevano sul monitor di un computer: gli stimoli target erano inseriti in ordine sparso in una serie di distrattori e i soggetti dovevano individuarli non appena fossero comparsi al centro dello schermo. L’altro compito da svolgere contemporaneamente misurava la capacità di conflict monitoring: i soggetti dovevano alzare i talloni in risposta ad uno stimolo vibratorio somministrato sulla schiena oppure alzare le dita dei piedi se lo stimolo era somministrato sull’addome. L’aroma alla menta veniva somministrato a intermittenza per 35 ogni 4 minuti allo scopo di evitare il fenomeno di abituazione.
L’olio essenziale di menta è risultato anche incrementare la performance, in termini di accuratezza e velocità, in compiti di allerta come la misurazione dei tempi di reazione (Moss et al., 2008) e in compiti di attenzione sostenuta come la ricombinazione di liste di lettere per formare parole di senso compiuto (Barker et al., 2003). Nello medesimo studio di Moss sono stati somministrati anche compiti per la misurazione della memoria di lavoro come il richiamo immediato di liste di parole per la memoria di lavoro verbale e il richiamo immediato di pattern di configurazioni di immagini per la memoria di lavoro visuo-spaziale; entrambe le funzioni cognitive sono risultate potenziate nei soggetti in seguito all’inalazione dell’olio essenziale di menta, rispetto alla condizione inodore.
 
I correlati neurofisiologici degli effetti dell’aromaterapia: possibili interpretazioni
In base alle connessioni tra il bulbo olfattivo e le aree non olfattive è possibile desumere i correlati neurofisiologici degli effetti dell’inalazione degli aromi sulle funzioni cognitive; infatti, fanno parte del sistema olfattivo strutture quali l’ippocampo, connesso al bulbo olfattivo tramite la corteccia entorinale, la corteccia frontale, direttamente connessa alla corteccia piriforme (che rappresenta la corteccia olfattiva primaria) e la corteccia orbitofrontale, connessa alla corteccia piriforme tramite il nucleo dorso-mediale del talamo (fig. 1).
Fig. 1   Strutture connesse al bulbo olfattivo (Dizionario di medicina, Treccani)
Fig. 1   Strutture connesse al bulbo olfattivo (Dizionario di medicina, Treccani)
 
Queste strutture sono correlate anche dal punto di vista elettrofisiologico, infatti, come ha riportato lo studio condotto da Zelano nel 2016, la stimolazione dei meccanocettori dell’epitelio olfattivo in soggetti umani produce la sincronizzazione dell’attività elettrica tra bulbo olfattivo e corteccia piriforme, amigdala e ippocampo; il fenomeno di coupling tra bulbo olfattivo e corteccia piriforme ha la funzione di preparare la corteccia piriforme al processamento dello stimolo olfattivo, mentre si pensa che il coupling tra bulbo olfattivo e ippocampo sia alla base dello scambio di informazioni tra reti olfattive e reti mnesiche; parallelamente, la sincronizzazione dell’attività elettrica tra bulbo olfattivo e amigdala potrebbe essere alla base della connotazione emotiva dello stimolo olfattivo (fig. 2).

Fig. 2 Grafico della coerenza di fase tra  ciclo respiratorio e corteccia piriforme, amigdala e ippocampo (Zelano et al.,2016)
 
Date queste premesse, appare più semplice interpretare i risultati emersi dalla letteratura scientifica sugli effetti psicologici dell’aromaterapia.

L’olio essenziale di menta, grazie al principio attivo del mentolo, sembrerebbe stimolare l’attività ippocampale (Jesuit Wheeling University, 2000) e ciò corroborerebbe i dati relativi ad una prestazione mnemonica migliore nei soggetti trattati con tale aroma. I dati della letteratura rilevano inoltre un consistente effetto di potenziamento dell’attenzione da parte della menta; tale risultato potrebbe essere dovuto all’azione stimolante della molecola del mentolo sulla corteccia frontale, connessa al bulbo olfattivo.

Per quanto concerne la lavanda, invece, l’attuale letteratura fornisce un’evidenza empirica maggiormente consistente da cui poter trarre spunto per interpretare i dati raccolti. I principali componenti dell’olio essenziale di lavanda sono il linalool e l’acetato di linalyl; i dati raccolti mostrano come questi due componenti siano responsabili degli effetti positivi sul miglioramento dell’umore e sulla riduzione del livello d’ansia. L’ipotesi è che il miglioramento dell’umore indotto dalla lavanda sia dovuto alla stimolazione della corteccia orbitofrontale da parte dei componenti volatili della pianta, con conseguente modulazione del sistema limbico. Tale ipotesi è avvalorata da studi sui correlati elettrofisiologici della depressione maggiore che mostrano come l’asimmetria frontale del tracciato alfa sia un importante indicatore neurofisiologico di rischio per lo sviluppo della depressione (Stewart et al., 2010; Allen & Reznik, 2015); la somministrazione per via inalatoria dell’olio essenziale di lavanda produrrebbe un aumento dell’attività dell’onda alfa nel lobo frontale sinistro, correlato con minor livello di ansia e innalzamento del tono dell’umore (Koulivand et al., 2013).
Studi fMRI rilevano che l’olio essenziale di lavanda modula la neurotrasmissione gabaergica, aumentando il tono inibitorio del sistema nervoso al pari dell’azione del lorazepam. Sempre all’interno dello stesso studio fMRI, si è osservato un aumento del segnale BOLD nella corteccia orbitofrontale, nel giro cingolato posteriore, nel tronco encefalico, nel talamo e nel cervelletto, contestualmente ad una riduzione nel giro pre- e post-centrale. Tali risultati indicano che l’aromaterapia alla lavanda rilassa ma al tempo stesso aumenta l’arousal in alcuni soggetti (Koulivand et al., 2013).
 
Prospettive future
A fronte delle recenti scoperte della letteratura neuroscientifica sugli effetti dell’aromaterapia, sarebbe opportuno ampliare l’orizzonte di ricerca su questo ambito ancora poco esplorato, al fine di pervenire a dati più certi. Resta ancora aperta la questione relativa all’efficacia terapeutica di quelle piante aromatiche non ancora indagate e delle piante di cui si sono già studiati gli effetti, ma per cui esiste ancora un numero esiguo di studi. Se le attuali scoperte scientifiche venissero confermate, l’aromaterapia potrebbe rappresentare un trattamento valido e non invasivo come coadiuvante alla psicoterapia per i disturbi psicologici e come terapia integrativa nella riabilitazione neuropsicologica per disturbi causati da lesioni cerebrali.