Primi passi verso la professione: intervista ad Ada Moscarella (parte 1)

Chi è Ada?
 
Psicologa con specializzazione in psicoterapia sistemico-relazionale, la cui formazione si divide tra Caserta, L’Aquila e Napoli, dove studia, si laurea, vive e si specializza. Da sempre libero-professionista, dal 2015 vive a Firenze, dove ha avviato, insieme a Paola Serio, il servizio di psicologia “La Base Sicura” (http://www.labasesicura.it/).
Da maggio 2017 è Consigliere di Indirizzo Generale presso l’Ente di Previdenza e Assistenza degli Psicologi (ENPAP), per il quadriennio 2017-2021 per il gruppo AltraPsicologia, attuale maggioranza all’interno dell’ente.
Scrive di sé: “Mi occupo anche di divulgare una sana cultura psicologica”. Il suo impegno, attraverso pagine web, gruppi Facebook e blog, è effettivamente enorme. Attraverso questi canali Ada fornisce importanti informazioni, per addetti ai lavori e non, su svariati temi di psicologia. Inoltre, spesso tocca temi fondamentali, come l’avvio e la promozione della propria attività professionale. 
Insieme affronteremo proprio questi argomenti.

 
Primi passi verso la professione. Dopo l’Esame di Stato, un giovane psicologo deve per la prima volta conoscere enti ed istituzioni che lo accompagneranno nella sua carriera professionale.
Ringraziando Ada per il suo tempo, le chiediamo:
 
1. L’Ordine degli Psicologi. Perché è importante iscriversi e a che cosa serve? Cosa comporta per uno psicologo questa iscrizione?
L'iscrizione all'Ordine degli psicologi è il primo passo necessario per definirsi psicologo o psicologa e per iniziare quindi ad esercitare la professione.
Ogni regione ha un proprio Ordine regionale: in teoria ci si può iscrivere all'Ordine di una qualsiasi regione, in genere è preferibile iscriversi all'Ordine della regione in cui si risiede o della regione in cui si lavora prevalentemente.
L'iscrizione comporta una quota di iscrizione annuale (che si aggira intorno ai 150 euro). Per alcuni si tratta di una "tassa", in realtà se ben gestito, un Ordine può offrire ai suoi iscritti numerosi servizi che permettono di coprire abbondantemente il valore della quota di iscrizione. Si va dalle iniziative di promozione per la categoria, alla formazione (anche a distanza per gli Ordini più tecnologici) a varie consulenze - come quella fiscale o quella per la progettazione, ai gruppi di lavoro e alla possibilità di fare rete.
Essere iscritto all'Ordine poi, oltre a dare il diritto di poter esercitare questa professione, porta con sé dei doveri: quello di lavorare in scienza e coscienza, rispettando il codice deontologico, a tutela dei propri colleghi ma soprattutto a tutela dell'utenza, che spesso è fatta di persone, organizzazioni o contesti sofferenti.
 
2. Il mondo della formazione post lauream è molto vasto, e spesso la prima cosa in cui un neo psicologo si tuffa. Tra master, corsi di perfezionamento e Scuole di Specializzazione, come orientarsi? Quando sono necessari?
C'è un momento di formazione dopo la laurea che è certamente faticoso, ma è gratuito e chiede allo psicologo in pectore l'unica responsabilità di pretendere i suoi diritti e portare avanti i suoi doveri: è il tirocinio post laurea. So che è una posizione impopolare la mia, che è sempre facile raccogliere consensi raccontando di quanto sarebbe necessario retribuire il tirocinio post laurea, ma lavoro ormai da un po' di anni e so che la principale battaglia è far capire ai committenti che le prestazioni psicologiche hanno un valore enorme, anche economico, sia per il valore della prestazione che sono in grado di mettere in opera, sia per il valore che un servizio psicologico, in termini di risparmio, è in grado di dare al singolo o a un'istituzione.
Accettare di retribuire 12 mesi di formazione (quanto poi, 500 euro?) , non farebbe altro che legittimare lo sfruttamento di mano d'opera nei servizi, finendo per squalificare le prestazioni psicologiche da un lato e dall'altro legittimando l'utilizzo dei tirocinanti -  che se li pago, allora lavorano -  in sostituzione del personale, in mansioni al di fuori del progetto formativo.
Il tirocinio è formazione e tale deve restare, semmai bisognerebbero portare avanti istanze che favoriscano l'accesso a questo tipo di formazione: perché i tirocinanti post laurea non hanno più l'accesso nella biblioteca universitaria? Perché non possono avere diritto all'agevolazione nei trasporti come gli studenti? E alla mensa? Bisognerebbe snellire le pratiche burocratiche per aumentare le convenzioni, soprattutto per aprire a tutti quegli enti che si muovono oltre la clinica, per ampliare l'offerta formativa.
Affrontare il tirocinio post laurea non trattandolo come un lavoro e quindi vivendo la frustrazione di rivendicazioni che non vengono accolte, ma come un momento fondamentale della propria formazione fa in modo che il neolaureato prenda su di sé la difesa del proprio diritto ad imparare e del proprio dovere di segnalare laddove le cose non funzionano. Questo potenzialmente permette di risparmiarsi di dover fare poi un master o un corso di formazione dopo, solo per imparare cose come il colloquio clinico, la somministrazione di test (almeno dei principali) o la progettazione, che è assolutamente possibile imparare durante il tirocinio post laurea. Se un neolaureato dopo uno, due mesi di tirocinio post laurea sente di non stare imparando nulla di queste cose, se nemmeno dopo un confronto col tutor le cose cambiano, molto meglio cambiare tirocinio, pure perdendo quei due mesi. E segnalare all'università, perché la sua esperienza non l'abbiano altri.
Molto meglio perdere due mesi che non stare a spendere 3mila euro per un corso sul colloquio clinico o 20mila per una scuola di specializzazione solo perché sentiamo di non essere in grado di affrontare un colloquio clinico. Nell'ultimo anno con il "Disordine degli Psicologi" siamo intervenuti in diverse università proprio su questo tema, per sensibilizzare sia gli studenti sia i loro rappresentanti sul tirocinio.
Perché è innanzitutto un buon tirocinio post laurea che ci permette poi di scegliere in serenità se e in che tempi vogliamo affrontare un qualche percorso di formazione post laurea, ma a quel punto con la consapevolezza di voler approfondire un determinato settore, non per colmare lacune.
 
3. E i temuti ECM?
Gli ECM rappresentano uno dei modi con cui si accredita l'aggiornamento per tutti coloro che, dipendenti o liberi professionisti, lavorano all'interno del sistema sanitario, nazionale o regionale.
C'è purtroppo molta confusione su questo tema, a volte neanche gli Ordini sono stati del tutto chiari al riguardo, non so bene per quale motivo. In ogni caso, anche recentemente l'Ordine Nazionale si è espresso a chiarimento: chi fa lo psicologo libero professionista unicamente "nel suo studio", non ha l'obbligo di ECM. Secondo un parere legale raccolto dall'Ordine del Lazio, questa situazione non dovrebbe cambiare nemmeno se dovesse finalmente essere approvato il famigerato DDL Lorenzin sulle professioni sanitarie: è un parere molto articolato, che si può facilmente trovare sul sito dell'Ordine Lazio cercando gli articoli sull'obbligo di ECM.
Questo è, per quanto attiene obbligo o meno di ECM. Poi certamente ciascuno di noi deve provvedere a mantenere un adeguato aggiornamento e un'adeguata preparazione nello svolgimento della propria professione: non possiamo considerare le nostre competenze come "date"; lavoriamo all'interno delle relazioni e nei contesti sociali, che mutano sempre più rapidamente: non tenersi aggiornati è innanzitutto un atto di irresponsabilità. Proprio per questo, personalmente trovo davvero insensato che come Ordine Nazionale si respiri questa volontà di abbracciare passivamente il sistema ECM per tutti: è un sistema pensato per i medici, è un sistema fatto di tanti costi e burocrazia, che non riconosce quelli che invece sono momenti formativi spesso di alto livello per gli psicologi, dalla supervisione, all'intervisione, alla terapia personale. Senza contare che è un sistema pensato per le professioni sanitarie: tutti gli psicologi del lavoro, dello sport, del marketing, non si meritano un aggiornamento pensato per loro?
 
4. Uno psicologo deve stipulare un’assicurazione per lavorare?
Funziona esattamente come la macchina: non basta l'acquisto per avere l'obbligo di assicurazione. L'obbligo scatta quando mettiamo l'auto in strada.
Allo stesso modo: l'iscrizione all'albo non ci obbliga alla sottoscrizione di un'assicurazione, ma nel momento in cui iniziamo ad esercitare siamo obbligati a sottoscrivere la cosiddetta RC Professionale, ossia un'assicurazione che tuteli il nostro rischio di fare danno all'utente nello svolgimento del nostro lavoro.
Si tratta al momento di un obbligo senza sanzione, perché i medici, che molto spesso di trovano a dover fare i conti con il rischio dei propri atti professionali, non riescono a trovare forme assicurative economicamente sostenibili per la categoria.
Gli psicologi, invece, una volta tanto sono stati un'avanguardia: già molto prima dell'imposizione dell'obbligo hanno formato una propria cassa mutua (la CAMPI) che permette, grazie alla partecipazione collettiva, di acquistare "pacchetti di assicurazioni" cui gli psicologi possono aderire a prezzi davvero agevolati (parlo di poche decine di euro l'anno) per una copertura ottimale per quanto riguarda l'RC professionale, con altre forme di assicurazione opzionale particolarmente convenienti rispetto ai costi di mercato (ad esempio l'assicurazione sugli infortuni, non obbligatoria, ma consigliabile per chi, ad esempio, lavora in contesti a rischio, come una comunità psichiatrica o il carcere).
 
5. Spesso si pensa al mondo del lavoro come diviso in due: da un lato, il lavoro da dipendente, dall’altro, la libera professione. Quali sono le potenzialità nel primo settore per la nostra categoria professionale?
Le potenzialità dello psicologo all'interno del servizio pubblico sono enormi, solo che in Italia sembra che in pochi siano interessati a perseguire le azioni in grado di mettere la professione in condizione di far emergere questo potenziale.
Già da anni l'Organizzazione Mondiale della Sanità insiste sulla capacità di risparmio economico che è capace di produrre la Psicologia. I n Inghilterra molto si è investito in psicoterapia col progetto IAPT - Improving access to psychological therapist. I n Italia questo dibattito stenta a prendere piede. In ENPAP abbiamo iniziato raccogliendo le esperienze dei colleghi, selezionandole e pubblicando un ebook distribuito ai diversi decisori politici, nazionali e locali, ma è incredibile pensare che il primo pensiero di questo tipo sia stato fatto da un ente di previdenza nel 2014, a 25 anni dall'istituzione della professione.
Al momento a mia conoscenza sono in partenza alcuni progetti, di concerto tra Ordine professionale, ENPAP epolitica locale, tesi proprio alla raccolta di dati sull'impatto economico della psicologia. Sta succedendo ad esempio nelle Marche, dove è stato istituita la figura dello psicologo delle cure primarie: non una roba fatta di fuffa, come i tanti psicologi di base e del territorio che sono stati sponsorizzati in questi anni, ma psicologi che verranno assunti e pagati. Si tratta però di una strada che è evidentemente lunga da percorrere e per quanti miracoli si possono promettere, al momento e nel futuro prossimo la strada verso il lavoro dipendente all'interno del sistema sanitario è per lo meno impervia. Si tratta di avere molta pazienza nel cercare i bandi (che comunque ci sono, spesso non siamo in grado di cercarli), nello studiare tutti gli aspetti legislativi e burocratici che caratterizzano la vita di un servizio, rassegnarsi all'idea che comunque si passerà per un periodo più o meno lungo di precariato e probabilmente sarà necessario spostarsi da dove si vive.
Ma mi sento di dire che questo stato di cose attualmente riguarda un'intera generazione di giovani professionisti, non solo gli psicologi.
 
6. La libera professione. Che cos’è la Partita Iva e a cosa serve?
La libera professione significa che tu, armato di partita iva, ti prendi carico di tutti gli onori e di tutti gli oneri del tuo reddito. La partita iva è lo strumento fiscale che ti consente di definirti libero professionista, la si apre gratuitamente presso l'agenzia delle entrate. La partita iva è necessaria per chi ad esempio desidera iniziare a svolgere colloqui psicologici presso il proprio studio: le attività che per essere svolte richiedono iscrizione ad un Ordine sono considerate sempre professionali e mai "occasionali", pertanto richiedono la fatturazione tramite la propria partita iva e non possono rientrare nelle cosiddette "prestazioni occasionali", anche quando si tratta di un solo colloquio in sei mesi.
I casi in cui si può fatturare come prestazione occasionale rientrano in una casistica residuale e borderline.
 
7. Lavorare nel privato spesso spaventa i giovani professionisti, che non sanno come promuovere la propria attività nella giungla di servizi già offerti nel territorio. Quali sono secondo te i tre step fondamentali per avviare la propria attività privata? 
Innanzitutto curare la propria preparazione. Inutile stare a parlare di analisi del territorio, strategie di marketing e costruzione di reti professionali e interprofessionali, se quello che abbiamo da offrire non ha qualità. La qualità si fa con lo studio e l'aggiornamento costante: ci sono tante offerte di formazione gratuite fatte dagli Ordini, dalle scuole, dalle associazioni. Se ci si guarda bene in giro, si riesce a trovare buone cose a prezzi davvero contenuti. Sempre più colleghi poi organizzano delle reti autonome di intervisione, di scambio di competenze, che testimoniano come la condivisione sia un grande motore per la nostra professione.
Non si tratta di una questione retorica o buonista: la qualità paga, consente il necessario eclettismo per stare nel libero mercato, per rispondere ai bisogni di un'utenza estremamente mutevole, per utilizzare gli strumenti della psicologia nei diversi contesti.
Un altro step è quello di conoscere tutto ciò che è collaterale alla professione: intendo tutte le norme, regionali, nazionali, che riguardano i contesti in cui andiamo ad offrire i nostri servizi. Non possiamo occuparci di DSA se non conosciamo le normative regionali sulla diagnosi e la certificazione, oltre che la normativa nazionale. Non possiamo fare i liberi professionisti se non maneggiamo alcune basilari conoscenze relative alla fiscalità e alla previdenza degli psicologi. Questo per comprendere il contesto all'interno del quale nascono alcuni obblighi (come ad esempio quello di iscrizione all'ENPAP, la nostra cassa di previdenza) o l'obbligo di comunicazione dei dati al sistema tessera sanitaria.
Il terzo step riguarda innanzitutto un onesto bilancio delle proprie competenze su cui far poggiare un piano di promozione e marketing, attraverso cui far conoscere i propri servizi e la propria competenza. Esistono molte risorse gratuite sul web cui fare riferimento e alcuni colleghi e associazioni svolgono spesso degli incontri aperti ai colleghi, sia sui territori sia via web.