Psicofisiologia della Mindfulness

Cos’è la mindfulness.
Con il termine “mindfulness” (letteralmente “mente piena”, consapevole), si intende un concetto variegato e complesso. Il termine deriva dalla parola in lingua Pali “Sati”, tradotto in consapevolezza, attenzione e  ricordo.
La mindfulness può essere descritta come una pratica terapeutica, ma anche come una naturale capacità umana che può essere coltivata e che è, ed è stata, storicamente utilizzata per minimizzare lo stress, ma anche per indurre esperienze mistiche e religiose (Brown and Cordon, 2007) e che si inserisce in quelle pratiche volte ad ottenere un rilassamento ed uno stato alterato di coscienza come l’ipnosi, il training autogeno ed il rilassamento progressivo (Cahn, 2006).
 
La mindfulness è strettamente legata al filosofia ed alla pratica meditativa buddista e le sue definizioni sono molteplici, motivo per cui il termine è spesso utilizzato in modo poco chiaro e confuso: “Consapevolezza che emerge prestando intenzionalmente attenzione, nel momento presente ed in modo non giudicante, al dispiegarsi dell’esperienza, momento dopo momento” (Kabat-Zinn, 2003), “Consapevolezza del campo fenomenico osservato in modo distaccato, attento, ma privo di giudizio o analisi” (Kabat-Zinn, 2003) e “Consapevolezza dell’esperienza presente con accettazione” (Germer et al., 2005) sono tra le definizioni più condivise e utilizzate.
Con questo termine ci si riferisce infatti ad uno stato particolare di consapevolezza e di attenzione, piuttosto che ad una o ad un insieme di tecniche, un modo di rapportarsi all’esperienza apparentemente semplice, ma che necessita di una certa pratica nel gestire gli stati mentali ed emozionali.
Essa si oppone o, meglio, completa la consapevolezza di tutti i giorni, quella caratterizzata da un’attenzione passiva, in cui viene inserito una specie di “pilota automatico”, e da un continuo rimuginio riguardante il futuro o il passato, che fugge così il momento presente (Siegel et al., 2012).
Oltre che al buddismo, la mindfulness è strettamente legata alla filosofia fenomenologica di Husserl (1911) poiché, come quest’ultima, si pone lo scopo di scoprire ed analizzare le operazioni della mente attraverso l’esperienza soggettiva.
Secondo la filosofia di Husserl sono possibili due modalità di elaborazione dell’esperienza:
-                                 - l’Atteggiamento Naturale, cioè l’attitudine che abbiamo di percepire l’esperienza trattandola come un oggetto sul quale compiere operazioni cognitive, ponendovi sopra un filtro mentale per adattarla alle nostre credenze, convinzioni, opinioni ed abitudini, concettualizzando e valutando l’evento spesso in maniera automatica. Questo atteggiamento verso l’esperienza può però portare a distorsioni nella rappresentazione dell’evento, sia in senso positivo che negativo;
-                        -  l’Atteggiamento Fenomenologico, invece, fa sì che l’esperienza sia ricevuta per come “ci è data”, per come appare, dopo aver fatto un passo indietro dalle elaborazioni cognitive e semantiche ed avendo sospeso il giudizio e l’elaborazione concettuale. Questa operazione è chiamata riduzione fenomenologica o epoché e coltivare questo particolare stato attentivo e ricettivo della mente, osservandone i contenuti senza opporvisi o provandoli a cambiare, permette di stabilire un rapporto diverso con la propria esperienza.
La mindfulness buddista ha quindi chiaramente molti punti in comune con l’atteggiamento fenomenologico di Husserl in quanto in entrambi i casi si guarda la natura soggettiva della coscienza per come appare nel momento presente, cercando di sospendere il modo abituale che abbiamo di percepire le cose e sostituendo quest’ultimo con un’attitudine di aperta attenzione ed accettazione.
Per quanto riguarda la pratica della meditazione, essa richiede uno stato di calma e di inattività comportamentale (di solito in posizione seduta con gli occhi chiusi) simile al comune rilassamento, ma in più richiede di adottare uno specifico tipo di concentrazione verso i contenuti che si presentano alla mente e cercare di mantenere questo stato di attenzione quando quest’ultima inizia a vagare  (Friedmanet al., 1998).
Esistono più di mille pubblicazioni sulla meditazione, ma questo termine continua ad essere utilizzato con scarsa precisione ed in maniera piuttosto vaga. Uno dei motivi è che nella spiegazione della meditazione si tende a non considerare gli ovvi limiti dovuti alle differenze culturali di fondo tra occidente e oriente in nome, forse, di un’universalità “culture free” dell’esperienza dell’essere umano. Inoltre lo studio della mindfulness fa sorgere domande filosofiche metafisiche che difficilmente trovano risposta nelle neuroscienze (Lutz et al., 2007).
In più vi è un’estrema varietà nelle tecniche di meditazione, buddiste e non, ed ogni pratica si suppone che agisca in modo differente nell’indurre uno specifico stato sia sul piano fenomenologico che su quello cognitivo e fisiologico. Perciò le ambiguità sono molte anche a causa della terminologia spesso inaffidabile dovuta a problemi di traduzione e delle ambiguità intrinseche nelle varie tradizioni.
Tuttavia vi sono delle caratteristiche in comune in queste pratiche che, dovendo generalizzare, si possono classificare in tre tradizioni principali:
-                  -  la tradizione Vipassana del Buddismo Theravada;
-                  -  la tradizione del Buddismo Tibetano;
-                  -  la tradizione Zen.
Queste possono essere suddivise in due tipologie principali che, come due poli di un continuum, descrivono l’insieme di modalità con cui possono essere svolte le tecniche di meditazione e lungo il quale se ne situa la maggior parte, prendendo un po’ da un polo e un po’ dall’altro:
-                      - la Meditazione Concentrativa, durante la quale si cerca di focalizzare l’attenzione su di un singolo elemento, che può essere reale o immaginato;
-            - la Meditazione di Mindfulness, dove è coltivato il distacco da tutti i contenuti che si presentano alla coscienza, senza giudicarli, per ottenere una “presenza aperta” e stabile, una sorta di baseline dalla quale, indipendentemente dalle fluttuazioni mentali, si riesca a mantenere il ruolo di osservatore distaccato degli eventi.
Nel secondo caso il tentativo è quello di diventare consapevoli della coscienza stessa non occupandosi più dei suoi contenuti e mantenendo una mente non diretta ad alcun oggetto, lasciandosi indietro l’”ego”, le immagini ed i pensieri (Fasching, 2008).
Questo  punto di vista spesso porta a nuovi insight, cioè a ricostruzioni e reinterpretazioni delle esperienze, che vengono viste sotto una nuova luce (Brown and Cordon, 2012).
In verità è stato dimostrato che, nel lungo termine, entrambi i tipi di meditazione raggiungono gli stessi effetti ed anche analisi fenomenologiche sembrano mostrare che l’obiettivo finale è piuttosto simile poiché entrambe, in fondo, consistono in un continuo monitoraggio dell’attenzione nei confronti di contenuti diversi della coscienza (Cahn, 2006) ed infatti, di solito, la pratica di una meditazione concentrativa poi porta naturalmente ad una di mindfulness (Chan and Woollacott, 2007).
Dai self-report effettuati per analizzare le dimensioni dell’esperienza interiore sono stati riferiti spesso stati di coscienza espansa, unità, luce, calma, diminuzione del dialogo interiore ed esperienze mistiche simili alle peak experiences descritte da Maslow (1968) (Osis set al., 1977). Vengono riferite anche alterazioni dei sensi, dei processi cognitivi e della percezione del Sé. Spesso è riportato il cosiddetto stato di flow (flusso), uno stato di elevata motivazione personale in cui l’attenzione è completamente assorbita nel compito e nel momento presente e che porta ad uno stato di elevato benessere (Vaitl et al., 2005; Jovanov, 2011).
Oltre a modificazioni di stato, la meditazione provoca modificazioni di tratto, ovvero cambiamenti permanenti di tipo cognitivo, emotivo e comportamentale. Il tratto meditativo quindi persiste anche quando  il soggetto non è impegnato in meditazione.
La mindfulness può essere coltivata e l’abilità nell’utilizzo di queste tecniche aumenta col tempo e la pratica (expertise) e porta a risultati rilevanti per la salute fisica e mentale.
I processi implicati nel benessere psico-fisico sono molteplici anche se non perfettamente chiari: innanzitutto il rilassamento, poi la riduzione del pensiero letterale e quindi della ruminazione, il miglioramento della flessibilità cognitiva e dell’attenzione, gli insight meta-cognitivi, il decentramento dall’esperienza negativa, l’esposizione, l’accettazione, l’auto-regolazione, il controllo delle reazioni, lo switching attentivo degli affetti ed il miglioramento generale delle funzioni esecutive (Chambers et al., 2008).
Tra i benefici portati dalla mindfulness particolarmente importante è il miglioramento della regolazione emotiva, cioè la capacità di essere consapevoli delle proprie emozioni e di saperle gestire a seconda delle necessità, che è associata ad una diminuzione della valutazione degli stimoli e ad una riduzione della difesa da essi (Brown and Cordon, 2007).
La mindfulness migliora la consapevolezza meta-cognitiva, cioè la capacità di guardare ai pensieri ed alle emozioni negative come semplici oggetti mentali temporanei, che è associata ad una minore vulnerabilità alla depressione (Teasdale et al., 2002) ed alla capacità di essere testimoni di questi senza reagirvi impulsivamente, ma accettandoli e lasciandoli andare (Brown and Cordon, 2012).
Essa può infine modificare la percezione di sé in contesti sociali, poiché un Sé forte e saldamente basato sulla propria esperienza diretta, piuttosto che sul giudizio altrui, reagisce meglio a giudizi negativi ed a rifiuti sociali (Brown et al., 2008).
Per quanto riguarda la valutazione della mindfulness, come per ogni altro costrutto psicologico occorre innanzitutto definirlo ed operazionalizzarne la misurazione. Essendo un concetto piuttosto elusivo, le difficoltà non sono poche e vi sono molti strumenti che valutano tratti molto differenti tra loro. In generale si può dire che la mindfulness di tratto è una caratteristica che richiede capacità di osservare, descrivere, partecipare consapevolmente, essere non giudicante e totalmente consapevole all’esperienza (Baer et al., 2012).
Sono stati creati numerosi strumenti di auto-valutazione per la mindfulness di tratto tra cui il Friedburg Mindfulness Inventory, il Mindful Attention Awareness Scale, il Kentucky Inventory of Mindfulness Skills, il Cognitive and Affective Mindfulness Scale, il Southampton Mindfulness Questionnaire, il Philadlphia Mindfulness Scale ed il Five-Facet Mindfulness Questionnaire. Uno strumento che valuta invece la mindfulness di stato è il Toronto Mindfulness Scale (Baer et al. 2006; Baer et al., 2012).
Nel versante clinico si sta assistendo ad un aumento dell’interesse nell’incorporare la mindfulness, considerata la terza onda della terapia cognitivo-comportamentale, nell’attività medica e psicologica, come reso evidente dal fatto che la terapia di mindfulness negli USA è la seconda più utilizzata dopo la terapia cognitivo-comportamentale (41,4 %) (Siegel et al., 2012).
Vi sono varie psicoterapie che includono tecniche riferite alla mindfulness, le più importanti delle quali sono l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) di Hayes, la Dialectical Behavior Therapy (DBT) di Linehan, la Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR) di Kabat-Zinn e la Mindfulness-Based Cognitive Therapy di Teasdale (MBCT) (Germer et al., 2005).
Queste terapie si sono spesso rivelate utili in disturbi come la depressione, l’ansia e la personalità borderline, nonostante si abbiano ancora problemi metodologici e poche prove randomizzate per valutarne i benefici a breve e a lungo termine.
In particolare la MBCT è risultata utile per prevenire le ricadute nella depressione, cambiando il rapporto con i pensieri negativi piuttosto che sostituendone il contenuto (Segal et al., 2001; Teasdale et al., 2002).
Per quanto riguarda la MBSR, dopo otto settimane è stato trovato un aumento nell’attività prefrontale ed un maggior benessere nei partecipanti. Si suppone che la MBSR aiuti a far distinguere al paziente l’esperienza primaria-sensoriale dalle successive interpretazioni cognitive ed emotive che ne derivano, invogliandolo a percepire gli eventi ed anche le emozioni per come sono, senza successivi giudizi negativi (Davidson et al., 2003).
 
Aspetti neurocognitivi della mindfulness.
Definire la meditazione dal punto di vista delle neuroscienze cognitive moderne significa andare a ricercare i substrati neurali dell’esperienza della meditazione, così come riportata dai resoconti in prima persona dei meditatori. Lo scopo di queste ricerche è quello di utilizzare i resoconti soggettivi e di correlarli con l’attività cerebrale. In questo l’esperienza dei soggetti è una variabile importante poiché, nonostante sia risaputa la scarsa affidabilità dei resoconti verbali di soggetti inesperti, per i meditatori esperti questi possono essere riportati in maniera più accurata ed affidabile grazie all’abilità di introspezione maturata nel tempo  (Travis and Pearson, 1999).
La motivazione di questi studi risiede principalmente nell’impatto positivo che la mindfulness ha dimostrato di avere sul cervello e sul corpo nei praticanti. Oltre a ciò lo studio della mindfulness contribuisce anche allo studio dei correlati neurali della coscienza (NCC), delle basi neurali del Sé e dell’interazione tra mente e corpo.
Tuttavia la relativa carenza di dati neurobiologici in questo campo e la scarsa conoscenza dei processi neurofisiologici alla base della meditazione hanno fatto sì che non sia ancora stato raggiunto un chiaro consenso riguardante le modificazioni neurofisiologiche sottese alla meditazione, se non per qualche effetto ben replicato sulle frequenze EEG alpha e theta (Cahn, 2006).
La regola generale è infatti quella della variabilità dei risultati, anche se i numerosi studi che all’apparenza si contraddicono a vicenda, ad una visione più approfondita mostrano differenze dovute all’enorme varietà di tipologie di meditazione esaminate.
La meditazione è un’operazione mentale complessa che provoca cambiamenti su molteplici piani, tra cui quello cognitivo, affettivo, sensoriale, ormonale ed autonomico.
La mindfulness agisce su tutti questi piani provocando cambiamenti nel sistema nervoso centrale che, a loro volta, interagiscono con la periferia, soprattutto con il sistema nervoso autonomo, il sistema endocrino ed il sistema immunitario (Lutz et al., 2007).
A livello psicofisiologico la meditazione è definibile come uno stato volontario di veglia, caratterizzato da ipometabolismo e da un particolare Stato Alterato di Coscienza (ASC). È facilmente osservabile una diminuzione del consumo di ossigeno, dell’eliminazione dell’anidride carbonica e della frequenza del respiro, anche con alcuni periodi di apnea. È spesso registrata una diminuzione dell’attività del sistema nervoso simpatico, anche se questa può sempre aumentare soprattutto negli stati avanzati di meditazione in soggetti esperti, dove può essere addirittura controllata volontariamente (Young and Taylor, 1998).
Lo stato di coscienza che si ha durante la meditazione ha specifici correlati neurali che sono stati investigati con numerose tecniche di neuroimaging (fMRI, PET e SPECT).
Con la SPECT, durante una meditazione concentrativa, si è vista un’attivazione della corteccia orbito-frontale, della corteccia dorsolaterale e del talamo ed una deattivazione del lobo parietale superiore (Newberg et al., 2001).
In una meditazione di Yoga Kundalini, che comprende attenzione concentrata su di un mantra e sul respiro, si è osservata alla fMRI un aumento dell’attività del putamen, della corteccia cingolata anteriore (ACC), dell’ippocampo e della formazione paraippocampale, oltre che delle cortecce frontali e parietali (Lazar et al., 2002).
Un altro tipo di meditazione di attenzione concentrata, alla fMRI ha mostrato un’attivazione del solco intraparietale, del frontal eye field (corteccia frontale, BA8), del talamo, dell’insula, delle cortecce laterali ed occipitali, dell’ACC, dei gangli della base e del network fronto-parietale (Lutz et al. 2007).
Durante una meditazione concentrativa tibetana la SPECT ha registrato un aumento dell’attività del giro cingolato, della corteccia orbito-frontale, di quella dorsolaterale e del talamo (Infante et al., 2001).
In una meditazione di mindfulness, invece, si è osservata una deattivazione della corteccia orbito-frontale, della corteccia dorsolaterale, dell’ACC, delle cortecce temporali e parietali inferiori, del nucleo caudato, del talamo, del ponte e del cervelletto (Lou et al., 1999).
Con un’altra meditazione di mindfulness basata sulla compassione è stata osservata un’attivazione dello striato, dell’insula, della corteccia somatosensoriale, dell’ACC, della corteccia prefrontale sinistra e una deattivazione della corteccia parietale destra (Lutz et  al., 2007).
Lo stato di coscienza meditativo è sotteso da un meccanismo biologico che, come tutti i meccanismi biologici, richiede un modello neuropsicologico e neurochimico. È quindi necessario integrare in un modello tutte le scoperte riguardanti le aree implicate, la loro fisiologia ed il funzionamento dei neurotrasmettitori (Newberg and Iversen, 2003).
In questo modello la mindfulness è vista come un atto volontario che “comincia” dalla corteccia prefrontale, in particolare dall’ACC, soprattutto nell’emisfero destro. Le aree prefrontali innervano ed attivano il nucleo reticolare del talamo attraverso proiezioni glutammatergiche, che a sua volta inibisce, tramite il GABA, il nucleo laterale posteriore ed il lobulo parietale superiore posteriore del talamo (PSPL). Questa inibizione è particolarmente importante perché è responsabile dell’alterazione soggettiva della percezione del corpo nello spazio.
Altre aree particolarmente implicate sono l’ippocampo, l’amigdala e l’ipotalamo, che provoca l’attivazione del sistema parasimpatico, con conseguente diminuzione del respiro, della pressione e del battito cardiaco.
Per quanto riguarda i neurotrasmettitori, una volta che la respirazione ha rallentato, il nucleo paragigantocellulare smette di attivare il locus caeruleus, che libera meno noradrenalina (NA). La diminuzione di NA contribuisce ulteriormente alla deafferentazione del PSPL.
In questo processo, l’ipotalamo diminuisce la secrezione dell’ormone di rilascio della corticotropina (CRH) che, a cascata, provoca la diminuzione dell’ormone adrenocorticotropo (ACTH) e del cortisolo.
Un altro neurotrasmettitore liberato dall’ipotalamo è la beta-endorfina, che provoca depressione respiratoria e senso di benessere. Si ha inoltre un aumento della serotonina e della dopamina, che potrebbero essere responsabili del senso di estasi e di gioia (Newberg and Iversen, 2003).
 
 newberg
 
Network neurofisiologico associato agli stati meditativi (da Newberg and Iversen, 2003).
 
Gli effetti neurocognitivi di tratto della mindfulness sono stati valutati utilizzando un gran numero di strumenti. Sono stati in questo modo osservati cambiamenti duraturi nell’attività elettrica e metabolica del cervello, ma anche nella sua stessa struttura fisica.
In meditatori esperti è stato scoperto un aumento dello spessore nelle are somatosensoriali, uditive, visive ed enterocettive, oltre che della corteccia prefrontale e dell’insula destre. Infine l’aumento dello spessore correla positivamente con gli anni di esperienza meditativa dei soggetti (Lazar et al., 2005).
Oltre a ciò, i meditatori esperti hanno una maggiore risposta immunitaria rispetto ai novizi (Rosenkranz et al., 2003) ed è stato osservato che un aumento dell’attivazione cerebrale anteriore sinistra è correlato all’aumento degli anticorpi (Davidson et al., 2003).
È stato ipotizzato che uno dei processi per il quale la mindfulness funziona è l’etichettamento dell’esperienza, soprattutto quella emotiva: essere bravi ad individuare e descrivere i propri sentimenti (ad es. “Ecco la rabbia”), riuscendo a vedere le emozioni come oggetti, provoca una positiva sensazione di controllo e di distacco. L’individuazione verbale di un’emozione attiva la corteccia prefrontale ventro-laterale destra e diminuisce l’attivazione dell’amigdala e ciò è associato ad una diminuzione dell’ansia e delle emozioni negative (Creswell et al., 2007).
Inoltre è stato dimostrato che praticanti esperti di mindfulness, in un test di esclusione sociale, riportavano minori emozioni negative ed avevano una minore attivazione dell’ACC (Eisenberg et al., 2003).
Durante compiti cognitivi, invece, meditatori esperti mostrano un’attivazione maggiore nell’ACC e nella corteccia prefrontale dorsolaterale e mediale, che riflettono una migliore capacità di inibire risposte inappropriate e di ignorare eventi distraenti (Holzel et al., 2007; Brefczynski-Lewis et al., 2007).
Utilizzando test cognitivi è stato visto che la mindfulness può migliorare alcuni aspetti dell’attenzione, soprattutto quella auto-regolata, e delle funzioni esecutive. In particolare sono state valutate l’allerta, l’attenzione sostenuta, l’orientamento, la flessibilità attentiva, l’inibizione della risposta (ad es. il monitoraggio del conflitto nello Stroop Test), la capacità della working memory ed il processamento visuo-spaziale. Sia a livello di stato che di tratto si ha un miglioramento di tutte queste abilità cognitive anche solo dopo poche sedute di pratica. A ciò è anche associata una diminuzione della ruminazione, dei sintomi depressivi e dell’ansia (Valentine and Sweet, 1999; Corbetta and Shulman, 2002; Wenk-Sormaz’s, 2005; Chan and Woollacott, 2007; Jha et al., 2007; Chambers et al., 2008; Moore and Malinowski, 2009; Hurk et al., 2010; Zeidan et al., 2010; Jha and Stanley, 2010).
 
Ritmi EEG e mindfulness.
Gli studi che hanno utilizzato l’EEG per valutare i cambiamenti nelle onde cerebrali durante la meditazione sono molteplici, ma, nonostante questo, i correlati neuro-elettrici della meditazione non sono ancora stati ben definiti. L’EEG riflette l’attività post-sinaptica nella corteccia cerebrale ed ha una capacità di risoluzione temporale al millisecondo che permette la registrazione delle dinamiche temporali dei processi neurali, permettendo di valutare la sincronizzazione tra neuroni sia su scala locale (ad esempio il binding percettivo) sia su larga scala (come le connessioni talamo-corticali o interemisferiche implicate nella coscienza), quantificando il coupling dinamico tra i canali EEG distanti tra loro valutando il grado di coerenza tra i loro ritmi di oscillazione (Lachaux et al., 1999; Lutz et al., 2007).
Uno dei problemi principali di queste ricerche è l’ampia variabilità dei risultati dovuta, oltre che a differenze nelle tecniche stesse, anche a notevoli influenze ambientali non adeguatamente controllate ed alla carenza di report fenomenologici standardizzati che descrivano l’esperienza meditativa in maniera replicabile.
Questi lavori sono tuttavia incoraggiati dal fatto che è stato ormai dimostrato che a tipi di meditazioni soggettivamente differenti corrispondono pattern differenti riconoscibili oggettivamente all’EEG.
I ritmi EEG più facilmente riscontrabili nei tracciati dei meditatori sono:
-        - il ritmo alpha (8-14 Hz), ritmo base del tracciato che aumenta, soprattutto a livello occipitale, quando il soggetto chiude gli occhi, principalmente segno di rilassamento ed assenza di lavoro cognitivo;
-             - il ritmo theta (4-8 Hz), associato a sonnolenza, stati  tra veglia e sonno, immaginazione ipnagogica automatica simile al sogno, stati meditativi, rilassati e creativi;
-                 - il ritmo delta (1-4 Hz): associato a sonno profondo ed incoscienza, ma anche a patologie organiche ed al cosiddetto “sonno consapevole”, riscontrabile ad esempio nel Nidra Yoga
(Mason et al., 1997; Lehmann et al., 2001).
Le più importanti e replicate caratteristiche dell’EEG durante la meditazione sono:
-                   - attività alpha aumentata anche con gli occhi aperti (Hirai, 1960);
-         - aumento dell’ampiezza e diminuzione della frequenza alpha (Hirai, 1960; Wallace and Benson, 1972; Banquet, 1973;);
-              - aumento delle onde theta, soprattutto in soggetti esperti (Hirai, 1960; Wallace and Benson, 1972; Banquet, 1973; Mizuki et al., 1980);
-                  - aumento delle onde theta e alpha in meditatori esperti in condizioni emotivamente neutre, sia ad occhi chiusi che ad occhi aperti (Aftanas and Golosheykin, 2005);
-         - aumento delle frequenze alpha e theta localizzato soprattutto nella corteccia frontale inferiore, nell’ACC, nella corteccia temporale superiore e nella corteccia occipitale associate ad un aumento del metabolismo di queste aree (Brown, 1970; Aftanas and Golocheikine, 2002; Pizzigalli et al., 2003; Travis et al., 2004; Cahn, 2006);
-                     - ipersincronizzazione neuronale (Banquet, 1973);
-            - occasionali onde veloci a ritmo beta (14-30 Hz) e gamma (>30 Hz) soprattutto nelle regioni fronto-parietali, correlate a self-report soggettivi di chiarezza mentale (Banquet, 1973; Ray, 1988, 1999; Ott, 2001; Lutz et al., 2004; Cahn et al., 2010).
Generalmente l’oscillazione alpha riflette una sincronizzazione tonica su larga scala di popolazioni neuronali. Oscillando alla stessa frequenza, il processamento delle informazioni viene “bloccato” dall’elevata integrazione dei neuroni e perciò lo stato alpha è tipicamente considerato uno stato rilassato, inattivo e privo di preoccupazioni. Paradossalmente però, durante la meditazione concentrata, le frequenze alpha possono aumentare localmente anche quando un soggetto si sta concentrando su un oggetto particolare (ad esempio sta ripetendo un mantra). In questo caso il ritmo alpha può essere spiegato poiché riflette l’inibizione di aree non rilevanti per il compito e provoca uno stato di assorbimento (Lutz et al., 2007).
È stato visto che la meditazione di mindfulness produce più theta frontale se confrontata con quella concentrativa, ma questo vale solo per soggetti esperti poiché per i novizi il theta frontale spesso è  sintomo di addormentamento e sonnolenza (Dunn et al., 1999).
Una  questione che sorge studiando i ritmi EEG è appunto quella di identificare se il soggetto  preso in esame sia effettivamente in meditazione oppure si stia semplicemente addormentando. Per distinguere lo stato meditativo dallo stato ipnagogico sono stati condotti numerosi studi che ne hanno cercato le differenze.
Le similitudini tra meditazione e stato ipnagogico/stadio NREM 1 sono noti dagli anni ‘70 (Elson et al., 1977; Fenwick et al., 1977).
Studi EEG riportano durante la meditazione ritmi alpha e theta molto simili a quelli presenti nei primi stadi del sonno. Sono stati riportati ritmi EEG simili al sonno durante la Meditazione Trascendentale (TM, una meditazione di mindfulness) con aumento delle onde alpha e theta (Younger et al., 1975; Pagano et al., 1976).
Lo stadio 1 rappresenta infatti uno stato di ipoattivazione molto simile allo stato meditativo, con una graduale transizione dalla veglia al sonno ed il passaggio da una prevalenza di onde alpha ad una prevalenza di onde theta. Lo stadio 1 infatti comprende ipoattivazione corticale, disattivazione del sistema dello stress, ridotta capacità di attenzione e di interpretazione degli stimoli esterni e bassi livelli di coscienza di sé (Elson et al., 1977; Young and Taylor, 1998; Jacobs and Friedman, 2004).
Anche le tecniche di rilassamento non meditative aumentano le onde theta, soprattutto nelle cortecce centrali, parietali ed occipitali, oltre ad una diminuzione dell’arousal corticale molto simile a quella osservata nello stadio 1 (Canteros et al., 2002).
A differenza del sonno però, dove  ad un aumento del ritmo theta diminuisce quello alpha (circa del 50%) e diminuisce la sincronizzazione alpha, durante la meditazione l’aumento del ritmo theta è affiancato da un aumento di quello alpha e da una stabilizzazione di quest’ultimo al livello del ritmo theta (Rechtschaffen and Kales, 1968; Travis, 1991; Lou et al., 1999; Travis and Wallace, 1999; Cantero et al., 1999; Travis et al., 2002; Aftanas and Golocheikine, 2003; Faber et al., 2004).
Inoltre le frequenze alpha e theta durante la meditazione differiscono funzionalmente da quelle presenti durante il rilassamento in risposta a stimoli ambientali: durante la meditazione, in seguito ad uno stimolo sonoro, avviene una desincronizzazione del ritmo theta, mentre durante lo stadio 1, come conseguenza, aumenta l’attività alpha (Kasamatsu and Hirai, 1966; Banquet, 1973).
Ovviamente anche dai resoconti soggettivi si nota che addormentamento e meditazione non sono la stessa cosa (Aftanas and Golocheikine, 2001).
La meditazione differisce dal rilassamento perché, oltre a coltivare uno stato di calma, promuove anche un’attivazione necessaria a mantenere uno stato di consapevolezza e di meta-consapevolezza attiva. In alcuni casi sono stati riportati segni di arousal autonomico in meditatori esperti (maggiore frequenza cardiaca, maggiore conduttanza cutanea ecc) oltre che frequenze beta e gamma all’EEG, soprattutto in tipi di meditazione che richiedono attenzione focalizzata. Come l’addormentamento, la meditazione è uno stato che si situa a metà strada tra la veglia e il sonno, ma è esperito in maniera diversa. I soggetti, a differenza del sonno, riescono a mantenersi coscienti in questo stadio auto-indotto consapevolmente (indipendentemente dal ritmo circadiano) e questa abilità di stare “sospesi” tra la veglia e il sonno può essere coltivata con la pratica (Williams and West, 1975; Fenwick et al., 1977).
 
Conclusioni.
Al di là delle legittime domande filosofiche sulla natura del Sé, dell’esperienza e degli stati alterati di coscienza che la mindfulness solleva, vi sono numerose altre questioni rimaste in sospeso.
La mindfulness rappresenta uno stato indipendente oppure una “qualità” che può essere incorporata in tutti gli stati di coscienza? Per mezzo di quali esatti meccanismi cognitivi ed emotivi essa esercita i suoi effetti psichici benefici? E quali sono i sistemi neurali e fisiologici attraverso i quali essa influisce sulla salute fisica? Perché alcuni studi di neuroimaging ed elettroencefalografici evidenziano effetti a livello cerebrale opposti? Quali altre variabili vanno prese in considerazione? Quali differenze a livello neurale vi sono tra meditazione concentrativa, meditazione di mindfulness, meditazione effettuata in solitudine oppure guidata da un maestro, effettuata da novizi o da esperti? E qual è il ruolo delle variabili soggettive, ambientali e culturali? Queste sono solo alcune delle domande alle quali il filone di ricerca sulla mindfulness, uno dei più promettenti degli ultimi anni nel campo delle neuroscienze, dovrà rispondere.