"Psicoterapia equestre", è possibile?

Torniamo a discutere di un argomento già trattato nella nostra rubrica, vale a  dire l'utilizzo del cavallo in ambito riabilitativo e clinico. Il cavallo, animale spesso associato alle terapie alternative proponibili in età di sviluppo, viene qui visto in un'ottica differente, tutta da discutere...
 
Spesso abbiamo sentito parlare di "Ippoterapia" e comunemente, questo termine viene associato alla "Pet Therapy"....ma vediamo di fare un po' di ordine concettuale...

Come definito dalle "Linee Guida Internazionali sugli Interventi Assistiti con Animali (AAI)" sono presenti 3 tipologie di interventi:
1. Strettamente Terapeutici, ovvero riabilitativi, laddove si hanno patologie primariamente fisiomotorie e cerebrali: è il campo delle TAA "Terapie assistite con animali";
2. Di tipo Educativo, ovvero finalizzati all'apprendimento di strategie adattive per i compiti di vita quotidiani con il supporto di animali da compagnia;
3. Ludico-ricreative, dove il ruolo dell'animale è principalmente quello di "compagno di giochi";
4. Infine abbiamo anche una categoria più specifica che riguarda i "cani da accompagnamento", per tutte quelle disabilità neuromotorie e sensoriali, che limitano fortemente il soggetto nella vita quotidiana, in cui l'amico a 4 zampe si rivela un prezioso supporto ed una vera propria "guida".
Ma tornando alla "nostra" Ippoterapia, dove possiamo collocarla entro queste definizioni?
Il Documento riporta la presenza del cavallo solamente all'interno della prima categoria, ovvero tra i TAA, in quanto l'assistenza da parte di questo maestoso animale, viene principalmente utilizzata a scopo " riabilitativo neuromotorio". I fondamenti della nascita di tale pratica terapeutica risiedono nel fatto che il cavallo, con i suoi particolari movimenti (detti andature) e il suo ancestrale impiego come "mezzo di trasporto" , si è rivelato un preziosissimo supporto per il trattamento dei deficit motori e non solo, grazie alla stimolazione multi sensoriale che provoca il "montare a cavallo": un ulteriore strumento di riabilitazione delle patologie neurosensoriali, psicomotorie e cerebrali. Proprio per questo, viene menzionato tra i TAA in quanto "Riabilitazione Equestre" (TAA che prevede l'impiego del cavallo).
Ma la valenza terapeutica di questa pratica non si esaurisce qui in realtà.....leggendo testi e articoli meno scientifici e più narrativi che riguardano il rapporto uomo-cavallo vengono citate le molteplici sfumature di una relazione che tocca più punti della sfera psichica, che vanno ben oltre quella strettamente neuro cerebrale. Ed è proprio qui che entriamo in gioco "noi", gli psicologi del nuovo millennio terapeutico, sempre più aperti ad incontrare nuovi confini teorico-applicativi e nuove sfide nella cura dei disturbi mentali.
Conosciamo la Pet Therapy come un incontro tra l'uomo (soprattutto bambini ed anziani) e il piccolo animale domestico, principalmente il canis familiaris, ovvero l'animale d'affezione per eccellenza, il cane. Pet perché nella parola stessa sta appunto il concetto di animale domestico, quasi un peluche, che dispensa coccole allegria ed affetto incondizionatamente. Ma che dire del "gigante" dalla chioma fluente, capace di ammaliare ma anche impressionare? Il cavallo non può di certo definirsi un "Pet", ma viene comunque considerato adeguato per un certo tipo di TAA, che non riguarda tanto la sfera psicologica affettiva, quanto quella neuromotoria o al massimo neuropsichiatrica, richiedendo automaticamente una presa in carico multidisciplinare comprendente fisioterapista, medico, psichiatra, neurologo ecc e dove allo psicologo resta se mai un ruolo a dir poco marginale.
Quanto invece hanno da darci questi animali, a noi professionisti della mente?
Il cavallo si sa, non è certo un animale da compagnia o almeno non nell'accezione comune: non si può prendere in braccio, coccolare, stringere a se quando lo si vuole, non ti cerca, non ti segue, non ti fa capire " voglio giocare con te" "darei la vita per te" "ti amo più di ogni altra cosa" come invece fa il cane....
Ed ecco qui che sta la vera chiave di volta :l'affetto del cavallo, il suo rispetto e la sua fiducia, ce li dobbiamo guadagnare! E questo implica due punti fondamentali:Il primo è che per ottenere ciò, bisogna mettere in pratica degli atteggiamenti e comportamenti corretti, che alla base hanno molto in comune con gli stessi che dobbiamo attuare con i nostri simili; ed il secondo è che, una volta riusciti nell'intento, e vi assicuro che è possibile, non c'è cosa più appagante ed educativa.
In quest'ottica possiamo quasi vedere i cavalli come dispensatori di rinforzi positivi per le nostre abilità adattive...Ma che implicazioni può avere tutto questo nella pratica psicoterapeutica?
Prendiamo ad esempio un soggetto che soffre d'ansia a livello patologico, con il quale decidiamo di provare un trattamento che prevede l'impiego di questi animali: non per forza dovrà essere "gettato" sul cavallo per affrontare le sue paure più nascoste, ma, proprio come comprende la "buona pratica equestre" il contatto dovrà cominciare da terra.....la persona verrà accompagnata in una serie di tappe che cominciano dal conoscere questi animali prendendosi cura di loro, semplicemente spazzolandoli o dandogli il cibo....gli verrà fin dall'inizio insegnato che con i cavalli ci vuole calma e tranquillità, vanno toccati con dolcezza e con movimenti lenti e nel praticare questo piccolo esercizio per il tempo necessario, il paziente potrà sperimentare una sorta di silenzio interiore, in cui tutte le sue ansie troveranno un attimo di pace e le sue tensioni si allenteranno.....gli altri step, graduali e consequenziali alle tempistiche specifiche richieste dal caso, saranno poi la preparazione del cavallo per essere montato, un vero e proprio rituale di piacevole precisione e cura dei particolari che insegna la capacità di fermare volontariamente il tempo e tenerlo sotto controllo perché tutto sia (e deve essere) "al suo posto"... con anche una nota di piacere estetico volendo, prima di salire in sella...Dunque posizionare tutta la bardatura e controllarla potrebbe placare l'animo frettoloso e l'incombenza della pressione temporale che spesso terrifica la mente dell'ansioso?
Ma non abbiamo ancora parlato del passo più importante, quello in cui il soggetto salirà finalmente in sella e passerà un po di tempo in groppa al suo nuovo amico, nel campo del maneggio...
Sempre con la supervisione di un esperto, sarà una graduale scoperta della rilassatezza, data dal lasciarsi andare per seguire il movimento ondulatorio del cavallo ("seguire con il bacino l'andatura, rilassando l'addome e la fascia lombare); dal calore del contatto con il corpo energico e vigoroso dell'animale; dal conforto di provare un certo senso di sicurezza e protezione così guidati da una creatura "possente" e infine anche di momenti in cui da lassù, l'ansia arriva...perché nel montare a cavallo non ci sono solo sensazioni positive e piacevoli, ma anche situazioni in cui bisogna sforzarsi di restare calmi, ad esempio se l'animale si spaventa o se bisogna affrontare un esercizio che richiede un impegno maggiore per mantenere l'equilibrio..... e, a differenza della vita, in cui volendo si può scappare di fronte alle difficoltà, in questo caso bisogna "restare lì" sospesi da terra cercando in tutti i modi di mantenere il controllo, più che della situazione, di se stessi e delle proprio emozioni, scoprendo così, con estremo stupore, che come l'ansia arriva, allo stesso modo si supera!!! Imparare piano piano che senza fuggire, senza chiudersi in se stessi, e senza agitarsi, ma solo ascoltandosi, lasciando scivolare via la paura, restando concentrati sul "qui e ora" del nostro momento a cavallo, possiamo affrontare e dominare qualsiasi difficoltà...si apprende fin da subito che con i cavalli maestra è la calma, il controllo del proprio corpo e del proprio sentire, dopo di che ci si rende conto che dalla groppa di un cavallo, tutto diventa possibile!
Questo è solo un piccolissimo esempio, in quanto di risorse e spunti terapeutici il mondo equestre ne è pieno, e all'interno di questo "mondo" Il nostro ruolo potrebbe essere quello di affiancare l'istruttore, curatore ed esperto degli aspetti "tecnici", prendendoci cura degli aspetti emotivi e comportamentali, accompagnando il paziente all'interno dell'attività stessa e contenendo tutti i suoi disagi, facendogli da guida e da "tutor mentale" nella scoperta di tutti i benefici che può trarre dalla relazione con il cavallo e dall'attività equestre
Tutto ciò per quanto riguarda problematiche maggiormente "cliniche" in cui lo psicologo appositamente formato, potrà "servirsi" dei benefici dell'equitazione come strumento ausiliario di cura e a sua volta potrà prestare servizio all'equitazione come professionista di supporto laddove un soggetto presenta problematiche di tipo emotivo-comportamentale- relazionale nel praticare questa attività,
In egual misura inoltre, la figura dello psicologo, potrà intervenire, con la stessa funzione di supporto e accompagnamento, sul versante sportivo agonistico.
L'equitazione non è solo uno svago ma è anche uno sport a tutti gli effetti, in cui ciascun agonista o anche chi lo pratica a livello ludico/sportivo non agonistico, si trova ad affrontare tutte le sfide e le difficoltà del continuo "mettersi alla prova"; "inseguire gli obiettivi"; perseverare; non arrendersi; competere e superare se stessi.....soltanto, non da soli o in squadra, ma fecendo parte di un cosiddetto, nella terminologia equestre, "binomio", dove l'altro non è un essere umano, ma bensì un animale, che non può parlare né esprimere il proprio parere positivo o negativo che sia, ma può certamente "comunicare", perché sappiamo bene che la comunicazione non viaggia solo tramite il canale verbale, e quella "non verbale" va colta, interpretata e osservata per essere compresa correttamente...
Per cui, allenamento, preparazione e infine gara, sono un percorso di connessione e di sintonia sempre più affinata e raffinata tra cavallo e cavaliere, dove, come il cavallo può mostrare in certi casi difficoltà nel comprendere le richieste del cavaliere, il cavaliere può trovarsi in difficoltà a comunicare con il cavallo e ad ascoltare, regolare e controllare le proprie emozioni.
La figura dello psicologo sportivo, che è ormai conosciuta e affermata, potrà intervenire in quest'ambito come supporto motivazionale ed emotivo, per affrontare nel modo più sereno la competizione sportiva ed il rapporto con il proprio compagno "a quattro gambe"
Quello che vi ho raccontato spero possa servire per cominciare a farsi un idea, per introdurvi a quella che io chiamo "Psicoterapia equestre" : una terra di confine ed ancora di nessuno, che non si "limiti" alla neuromototricità e ai deficit neurocognitivi e nemmeno pretenda di risolvere o curare certe patologie mentali per cui è sicuramente indispensabile un percorso terapeutico di qual si voglia indirizzo, specialistico e indicato, ma che può aprire una finestra su un ulteriore strumento di cura che è ancora poco conosciuto e per nulla sfruttato, quale è l'equitazione e le sue pratiche.
Come protagonista, questo splendido animale (scusate se sono di parte) che tanto affascina e altrettanto incute riverenza, capace in realtà di farci giungere a stretto contatto con il nostro io più profondo, quello più intimo e nascosto ed anche quello che più ci fa paura e che proprio per questo ci parla attraverso "il sintomo". Io, vivendo da anni questa realtà della pratica equestre a 360 gradi, non sono partita con queste domande ed riflessioni terapeutiche, ma guardandomi attorno ogni giorno e osservando, ascoltando, "sentendo" e sperimentando è stato il mondo equestre stesso che me le ha suscitate. .Non ho cercato per forza il collegamento tra cavalli e psicologia, ma ho scoperto, con lo stupore di una bambina, come questi animali possano comunicare direttamente con la nostra psiche.
In conclusione vi lascio con l'invito a leggere un articolo uscito su Cavallo Magazine nel settembre 2014 e ora leggibile anche a questo link:
http://www.equitabile.it/fantasma-per-amico-fantomas-quando-cavallo-aiut...
È il racconto di una ragazza che è riuscita ad affrontare davvero, per la prima volta, il suo DCA spinta dalla forza che le ha trasmesso il suo cavallo. Non per il solo "legame affettivo", che sappiamo bene essere un sentimento fonte di motivazione e capace sicuramente di smuovere mari e monti, ma fondamentalmente perché il cavallo è molto di più: il cavallo non chiede ma stimola a dare, sei tu che chiedi a lui e se non lo fai nel modo adeguato non ottieni nulla e soprattutto, il cavallo spinge a pretendere sempre di più, apparentemente a lui, ma in realtà a te stessa/o!