coscienza

Coscienza e Linguaggio: Linguaggio della Coscienza e Linguaggio per la Coscienza

A partire da Aristotele, i concetti mentali rappresentano le basi per lo sviluppo dei "segni" naturali del pensiero: quest'ultimo, come afferma anche lo stesso Platone, è considerato come "il parlare a se stessi", cosicché, già tra i maggiori pensatori della Grecia classica, è presente una visione in cui linguaggio e coscienza sono intimamente interconnessi.

Stati alterati di coscienza: Introduzione

Definizione                                                             
Partendo dal presupposto che sia possibile trattare la coscienza come un oggetto da studiare, nei miei precedenti articoli si è visto come la sua definizione sia un compito più che arduo, non solo perché si tratta di un concetto sfuggevole, ma anche a causa della sua elevata “variabilità”: essa infatti può variare sia quantitativamente che qualitativamente nello stesso individuo. Questa “variabilità” è stata definita Stato. Definire uno stato di coscienza è quindi tanto complesso quanto definire la coscienza stessa o i suoi contenuti.

Introduzione agli Stati Alterati di Coscienza

Definizione                                                       
Partendo dal presupposto che sia possibile trattare la coscienza come un oggetto da studiare, nei miei precedenti articoli si è visto come la sua definizione sia un compito più che arduo, non solo perché si tratta di un concetto sfuggevole, ma anche a causa della sua elevata “variabilità”: essa infatti può variare sia quantitativamente che qualitativamente nello stesso individuo. Questa “variabilità” è stata definita Stato. Definire uno stato di coscienza è quindi tanto complesso quanto definire la coscienza stessa o i suoi contenuti.
Gli stati di coscienza più comuni, potremmo chiamarli “principali”, sono la veglia, il sonno profondo ed il sogno. Per dare una definizione generale, con Stato di Coscienza si intende il modo in cui funzionano le “componenti” della coscienza in un particolare momento, modo che normalmente è piuttosto stabile e che, di solito, è riconoscibile da chi lo prova. Per spiegare cosa siano queste “componenti” sono state proposte numerose e complesse definizioni in cui queste sono concettualizzate come dei contenuti (pensieri, emozioni, percezioni ecc) e, più precisamente, come il particolare pattern che illustra la relazione tra questi contenuti (Natsoulas, 1978).
Si considera lo Stato di Coscienza Ordinario (OSC) il particolare set di contenuti mentali e le relazioni che intercorrono tra loro normalmente presenti durante la veglia e che vengono sperimentati durante la maggior parte del giorno.
Per Stati Alterati di Coscienza (ASC), chiamati anche Stati Modificati di Coscienza, Stati Alternativi di Coscienza oppure Stati Non Ordinari di Coscienza si intendono tutte quelle modificazioni, patologiche e non, croniche e non, del funzionamento della coscienza (queste ultime definizioni sono utili per comprendere che gli stati di coscienza non definibili ordinari non sono necessariamente patologici, inoltre in questo articolo gli stati alterati di coscienza patologici, come il coma e lo stato vegetativo, non verranno approfonditi). Gli ASC sono stati definiti in molti modi. Solo per citarne alcuni: “una qualitativa alterazione nel pattern generale di funzionamento mentale tanto da essere definito da chi lo prova come sostanzialmente differente dal funzionamento quotidiano” (Tart, 1975); un “cambiamento nel pattern dell’esperienza soggettiva e delle risposte fisiologiche” (Shapiro, 1977); “ogni stato mentale indotto da vari agenti psicologici, fisiologici o farmacologici che può essere riconosciuto soggettivamente dall’individuo stesso (o da altri) che rappresenta una sufficiente deviazione dall’esperienza soggettiva o dal funzionamento psicologico normale per quell’individuo durante la veglia” (Ludwig, 1969); uno “stato  mentale che può essere riconosciuto da un individuo o da altri come rappresentate una differenza nel funzionamento psicologico dallo stato normale di allerta del soggetto” (Krippner, 1972).
Una prima classificazione degli stati di coscienza li vede distinti in “fisiologici”, cioè che occorrono spontaneamente, e “provocati”, cioè indotti volontariamente, da particolari tecniche, da sostanze o da eventi esterni (Tassi and Muzet, 2001). Tra gli ASC più comuni vi sono il sogno, il sonno profondo, lo stato ipnagogico ed ipnopompico, il sogno a occhi aperti, la trance, la meditazione, lo stato di iperallerta, lo stupor ed il coma (Bell, 1980).
Sebbene questi stati differiscano notevolmente tra loro, è stato tentato un raccoglimento dei fattori comuni ad ognuno. I risultati mostrano che nella maggior parte dei casi un ASC è caratterizzato da:
 
-          alterazioni del pensiero, della concentrazione, della memoria e dell’attenzione;
 
-          disturbi del senso del  tempo, che può apparire accelerato, rallentato o anche assente;
 
-          perdita di controllo sull’esperienza;
 
-          cambiamenti nell’esperienza emotiva, che può essere più o meno intensa;
 
-          cambiamenti dell’immagine del corpo;
 
-          distorsioni percettive;
 
-          cambiamenti nel significato delle cose;
 
-   senso di ineffabilità, cioè incapacità di concettualizzare e riportare verbalmente l’esperienza;
 
-          ipersuggestionabilità.
 
(Silverman, 1968; Ludwig, 1969).
 
Anche tra tutti i metodi che risultano efficaci nel provocare un ASC sono presenti fattori comuni:
 
-          la riduzione della stimolazione esterocettiva o motoria;
 
-          l’aumento della stimolazione esterocettiva, motoria o emotiva;
 
-    l’aumento dell’allerta e dell’impegno mentale, ad esempio l’assorbimento in un compito;
 
-          la diminuzione dell’allerta ed il rilassamento;
 
-          l’alterazione di alcuni fattori psicofisici.
 
(Butts, 1978).
 
Nonostante il tentativo di raggiungere stati alterati di coscienza sia vecchio quanto l’uomo, c’è ancora poca ricerca sistematica sugli ASC e sulle relazioni con lo stato ordinario, ma è ormai accertato che essi possono essere un modo privilegiato per studiare le relazioni tra l’attività cerebrale ed il comportamento e per identificare i meccanismi mentali di base che sono nascosti nella coscienza ordinaria (Pekala, 1991; Revonsuo, 2003).
Durante la seconda metà del ventesimo secolo c’è stata una crescita di interesse verso il mondo interiore e verso tutte quelle esperienze non ordinarie raggruppate sotto il nome di ASC. Ciò ha portato alla nascita del cosiddetto “nuovo introspezionismo”, una metodologia interessata all’esperienza così come appare, senza le strette regole dei primi introspezionisti, e filosoficamente basato sulla fenomenologia. Nonostante questo nuovo entusiasmo, è necessario sottolineare come vi siano state numerose critiche rivolte, oltre che al metodo, al concetto stesso di stato di coscienza. Come già accennato in precedenza, si tratta infatti di un argomento molto ostico, dove sono presenti pericoli da ogni parte, sia teorici che metodologici.
Una delle critiche più severe al concetto di stato di coscienza è quella mossa da Rock e Krippner, che ricordano come i termini “stato di coscienza” e “stato alterato di coscienza” comportino una confusione teorica, per cui i contenuti della coscienza sono spesso confusi con il processo che li rende percepibili (cioè la coscienza stessa). Questo errore è stato nominato Errore Coscienza/Contenuto.
Per spiegarlo brevemente, poiché la coscienza è definita come il processo che permette la consapevolezza di eventi interni e esterni, occorre distinguere tra il processo (l’essere coscienti) e l’oggetto (di cui siamo coscienti). L’errore sta nel fatto che spesso lo stato di coscienza viene esso stesso considerato un contenuto di cui si può diventare consapevoli.
Secondo gli Autori la coscienza non può osservare le sue stesse proprietà, non può cioè auto-percepirsi come un oggetto, altrimenti perderebbe la sua caratteristica di processo-soggetto. Poiché sono quindi le proprietà fenomenologiche degli stati alterati di coscienza, cioè tutto ciò che è vissuto nell’esperienza momentanea della persona, che lo determinano come tale, gli Autori raccomandano di utilizzare, al posto di Stato Alterato di Coscienza, il termine Pattern Alterato di Proprietà Fenomenologiche (Rock and Krippner, 2007; 2011).
Per quanto riguarda il metodo di identificazione di un ASC, il pericolo principale riguarda il fatto che si dia per scontato che stati di coscienza con nomi differenti indichino necessariamente degli stati differenti oppure, al contrario, che si unisca sotto un unico nome fenomeni che sono fortemente differenti, solo perché hanno alcune caratteristiche in comune tra loro (Connolly, 2000).
La definizione di ASC, inoltre, non delinea precisamente il confine tra uno stato alterato e lo stato ordinario a causa della difficoltà nel descrivere il graduale passaggio da uno stato all’altro. Nonostante, infatti, non vi sia pericolo nel distinguere stati completamente diversi tra loro come la veglia ed il sonno, l’errore rischia di avvenire nel caso di stati simili tra loro. In più, fattori come l’ambiente socio-culturale, la motivazione, le aspettative, l’esperienza passata e la procedura specifica di induzione possono modificare profondamente un ASC, aumentando la complessità dell’argomento (Ludwig, 1969; Hilgard, 1980).
 
Fenomenologia
Poiché il concetto di ASC si basa fondamentalmente sull’esperienza soggettiva, il criterio per determinarne la presenza sarà quindi l’analisi delle esperienze del soggetto, cioè l’introspezione (Tart, 1975). L’introspezionismo ha una lunga storia, a partire da Wundt (1832-1920) che definisce la psicologia come la “scienza dell’esperienza” e il cui strutturalismo investigava le strutture elementari di cui è composta la coscienza.
Successivamente, il filosofo Husserl, in La Filosofia come Scienza Rigorosa (1911), tentò di fondare una scienza rigorosa dell’esperienza umana. Egli provò a riportare la psicologia al suo scopo originale, cioè all’analisi dei fenomeni psichici, allontanandola dall’eccessivo naturalismo scientifico. Con un metodo chiamato Fenomenologia egli sostenne che la nostra attenzione si deve spostare sulla realtà così come ci è data e come appare, promuovendo uno studio rigoroso e metodologico dell’esperienza soggettiva. Secondo questa prospettiva la psicologia non stava studiando la realtà, poiché ignorava il vissuto, spesso considerato un vero e proprio bias. Egli partì dall’assunzione che l’esperienza fenomenologica fosse irriducibile e non potesse essere ricondotta o spiegata da una prospettiva in terza persona. Questo è anche il piano teorico su cui si basano tutte le teorie e tecniche della mindfulness (si veda il mio precedente articolo “Psicofisiologia della Mindfulness”).
Recentemente, inoltre, una nuova corrente fenomenologica ha affiancato alle teorizzazioni di Husserl quelle della filosofia della mente, della psicologia e delle neuroscienze cognitive cercando di integrare queste prospettive. Questo metodo è ormai consolidato in letteratura e, nonostante le difficoltà e l’alto rischio di errore, i dati soggettivi sono considerati dei dati veri e propri, stabili e replicabili (Thompson and Zahavi, 2007).
Nonostante l’interesse dell’argomento, la sua descrizione esula dagli scopi di questo articolo (per approfondire, si veda Nisbett and Wilson, 1977; Lieberman, 1979; Ericsson and Simon, 1980; Kukla, 1983; Schwarz, 1999; Varela and Shear, 1999; Hulburt and Heavey, 2001; Armezzani, 2012).
 
Modelli di esperienza
Tentare di fornire un modello chiaro e completo della coscienza e dei suoi stati alterati è un compito molto complesso e non sorprende che ogni teoria sia profondamente differente dall’altra.
Tra i primi tentativi vi è stato quello di Battista (1978), secondo cui l’esperienza cosciente è un campo in flusso continuo ed ha otto contenuti soggettivi principali:
 
-          la sensazione grezza;
 
-          la percezione;
 
-          l’emozione;
 
-          la reazione affettiva;
 
-          la cognizione;
 
-          l’intuizione;
 
-          l’auto-consapevolezza;
 
-          l’unità.
 
Per Marsh (1977) la coscienza è composta invece da quattro categorie principali:
 
-          il focus attentivo;
 
-      le varie strutture di consapevolezza (pensieri/oggetti, concetti generali, coscienza del Sé);
 
-          gli attributi/qualità dell’esperienza;
 
-          il flusso continuo.
 
Uno dei modelli più noti è quello di Fischer (1971; 1978; 1986) che si propone di disegnare una cartografia degli stati ordinari e non ordinari di coscienza, tra cui quelli estatici e meditativi. Questa mappa (Fig. 1) è composta da due vettori opposti, nel cui centro si trova lo stato ordinario di coscienza:
 
-          il continuum Percezione-Allucinazione che conduce ad un aumento dell’arousal “ergotrofico” con esperienze soggettive creative, psicotiche o estatiche;
 
-          il continuum Percezione-Meditazione che conduce ad un aumento dell’arousal “tropotrofico” con stati di ipoarousal, meditazione e samadhi.
 
Lungo il primo continuum, aumentando l’attività del sistema nervoso simpatico, inizialmente si avrà un aumento della velocità di processamento delle informazioni rispetto allo stato normale di veglia. Nello stato ancora più attivato, però, alla velocità di acquisizione dei dati dall’ambiente non corrisponderà più un loro corretto processamento, provocando così stati simil-schizofrenici acuti. All’ultimo stato, chiamato mistico/estatico, non verrà più percepito soggettivamente il mondo esterno. Il secondo continuum, all’opposto, va da uno stato tranquillo ed ipoattivato fino allo stato meditativo profondo (samadhi). Entrambi sono associati ad una riduzione dell’attività motoria, a cambiamenti dell’immagine corporea, dei limiti del corpo, della percezione dell’ambiente che non è più visto come separato dall’io, a depersonalizzazione, alla graduale contrazione ed infine perdita del senso del tempo e del senso dell’io.
Fischer ha inoltre tentato di associare questi stati ad oscillazioni prevalenti dell’EEG. Un altro indizio fisiologico sono i movimenti saccadici degli occhi, che aumentano nel versante tropotrofico. Nel versante ergotrofico, invece, il rilassamento e la diminuzione dei movimenti oculari sono associati ad un aumento del ritmo alfa (Fischer, 1971).
 
fig 5
 
Figura 1, prima versione del modello di Fischer: il loop rappresenta la connessione tra estasi e samadhi, i numeri sono la percentuale di variazione EEG di Goldstein a sinistra e le onde principali a destra (da Fischer, 1971)
 
                    
                 fig 2
 
 
Figura 2, seconda versione del modello di Fischer: questa versione circolare utilizza termini derivati dallo yoga di Patanjali. Estasi e samadhi qui sono la stessa cosa (da Connolly, 2000)
 
Questo modello, per quanto possa sembrare utile, è stato fortemente criticato. Gli indicatori fisiologici sembrerebbero fornire le basi empiriche necessarie, ma sono poco affidabili e non sufficienti. L’Autore afferma inoltre che negli stadi di iperarousal si assiste ad aumento del tono muscolare, diminuzione della resistenza cutanea, diminuzione del ritmo alfa, midriasi, ipertermia, piloerezione, iperglicemia e tachicardia, ma ciò non è stato dimostrato adeguatamente. Vi sono infine errori nella comprensione dei concetti dello yoga e del buddismo (Connolly, 2000).
 
Il modello di Tart
Un altro modello, forse il più interessante, è quello di Tart (1975). Tart concettualizza quelli che chiama Stati di Coscienza Discreti (d-SOC): essi non consistono in variazioni quantitative, ma in vere e proprie variazioni qualitative nelle strutture stesse della coscienza, radicalmente differenti l’uno dall’altro. Un d-SOC è un sistema delle strutture della coscienza in un particolare momento, stabile nonostante i cambiamenti nell’ambiente e riconoscibile soggettivamente. Qui lo stato ordinario di coscienza è considerato come uno strumento utilizzato dall’uomo per confrontarsi con una realtà costruita socialmente e consensualmente accettata. Il nostro OSC quindi non è naturale, ma culturalmente determinato.
L’Autore considera necessario per lo studio degli stati di coscienza un approccio sistemico: la coscienza viene quindi sì considerata suddivisa in varie componenti relativamente stabili e che svolgono particolari funzioni, ma queste non sono isolate tra loro, bensì interconnesse dinamicamente ed in complessa relazione anche con l’ambiente (Fig. 3).
Questo modello si basa innanzitutto su una componente centrale chiamata Attenzione/Consapevolezza (A/C) la quale può essere direzionata volontariamente verso le varie strutture o sottosistemi della coscienza. Essa è quindi diversa dai contenuti (è più simile a un processo) ed è la componente di base che rimane costante anche quando i contenuti cambiano durante gli ASC. La particolarità di questo modello sta nel fatto che, a seconda dello stato di coscienza, si modificano anche i rapporti che la A/C ha con i sottosistemi: alcuni diventeranno più stretti mentre altri si indeboliranno o spariranno. Alcune strutture, inoltre, funzionano indipendentemente dall’A/C, altre invece dipendono fortemente da essa, ovvero più l’A/C è concentrata su di loro e più queste si attivano o si inibiscono.
Per farla breve, lo scopo dell’A/C è di stabilizzare e sostenere lo stato ordinario di coscienza, mantenendo l’intero sistema stabile in vari modi, come ad esempio l’attivazione e la limitazione di certi sottosistemi attraverso feedback psicosociali positivi e negativi.
 
fig 3
 
Figura 3, modello sistemico di Tart: le parole nei cerchi sono i sottosistemi comunemente alterati negli ASC. Le frecce rappresentano i flussi delle informazioni (da Tart, 1986)
 
Secondo il modello di Tart le componenti fondamentali della coscienza sono:
 
-          l’Esterocezione: informazioni sensoriali dall’ambiente;
 
-          l’Enterocezione: percezioni ed immagine del corpo;
 
-  l’Elaborazione dell’Input: processo automatico ed acquisito, che opera tramite l’astrazione, la generalizzazione e l’interpretazione degli stimoli;
 
-          la Memoria;
 
-          il Subconscio;
 
-    la Valutazione e la Decisione: processi intellettivi e decisionali volontari, come il pensiero ed il ragionamento logico;
 
-          le Emozioni;
 
-          lo Spazio/Tempo;
 
-          il Senso di Identità;
 
-          l’Output Motorio: automatico o volontario.
 
(Tart,, 1974, 1975).
 
Quantificare la coscienza
Le osservazioni fenomenologiche sono utili per mappare l’esperienza, per paragonare la fenomenologia degli stati alterati con quella dello stato normale di coscienza e valutarne le differenze. Vi sono tuttavia dei problemi teorici e di operazionalizzazione precisa di uno stato di coscienza. Nel tentativo di mappare la coscienza senza interferire con essa, si possono utilizzare vari metodi: la trascrizione del pensiero ad alta voce nel momento stesso dell’esperienza, i resoconti verbali soggettivi, gli inventari self-report ed il campionamento retrospettivo utilizzando punteggi quantitativi (Klinger, 1978).
Un approccio è quello empirico-fenomenologico, chiamato anche psicofenomenologico o noetico-comportamentale. Questo metodo consiste in un Assesment Retrospettivo Fenomenologico (RPA), un questionario self-report che segue un particolare stimolo o condizione. Si tratta non solo di descrivere, ma anche di quantificare e valutare statisticamente le variazioni soggettive dipendenti da vari stimoli utilizzando, oltre all’introspezione, anche le tecniche della psicologia e della statistica (Pekala, 1980, 1985, 1991).
Lo strumento è il Phenomenology of Consciousness Inventory (PCI, Pekala, 1991). Si tratta di un questionario autosomministrato completato successivamente all’esposizione ad una particolare condizione ed in riferimento ad essa. Secondo il modello di Pekala questo questionario evidenzia dodici dimensioni fenomenologiche principali della coscienza e quattordici sub-dimensioni: esperienza alterata, affetti positivi, affetti negativi, attenzione, immaginazione, auto-coscienza, sensazione di essere in uno stato alterato di coscienza, dialogo interiore, razionalità, controllo volontario, memoria ed arousal. Secondo questo test la definizione di un ASC è data sia dalla sensazione soggettiva di essere in un ASC sia dall’alterazione dell’intensità e del pattern delle dimensioni fenomenologiche, misurata attraverso particolari metodi statistici.
Altri test relativi agli stati alterati di coscienza che si basano su simili principi sono l’Abnormal Mental States Questionnaire (APZ), l’Altered States of Consciousness Rating Scale (OAV) ed il 5 Dimensions of Altered State of Consciousness Questionnaire (5D-ASC) di Dittrich, l’Assessment Schedule for Altered States of Consciousness (ASASC) di Van Quelkelberghe e l’Assessment of Altered States of Consciousness Questionnaire di Hermle (per una rassegna completa si veda Mascia, 1995 e Gosso, 2012).
Una recente proposta metodologica per migliorare l’affidabilità dei risultati sugli ASC suggerisce di correlarli con dati oggettivi ottenuti mediante strumenti che valutano l’attività del Sistema Nervoso Centrale: la Neurofenomenologia (Varela, 1996). Essa afferma che i resoconti soggettivi e le scoperte scientifiche delle neuroscienze cognitive possono essere mutuamente informative e cerca di incorporare le tecniche in prima persona nelle ricerche sulla biologia della coscienza. Secondo questa prospettiva i metodi in prima persona possono aiutare ad individuare e studiare i processi psicofisiologici implicati negli stati ordinari ed alterati di coscienza e testare ipotesi di corrispondenze tra questi e particolari organizzazioni funzionali tra neuroni come l’alterazione dell’integrazione corticale su larga scala (Laughlin and Throop, 2009), del gate talamico, dei circuiti talamo-corticali (Vollenweider and Geyer, 2001) e della corteccia prefrontale (Dietrich, 2002). La Neurofenomenologia perciò “getta un ponte” tra dati neurobiologici e dati fenomenologici. Secondo gli ideatori, “naturalizzare la fenomenologia” (Varela, 1996) e “fenomenologizzare le neuroscienze” (Gallese, 2006) è auspicabile e necessario se si vuole ottenere un più stretto e proficuo dialogo tra neuroscienze e fenomenologia in generale (Armezzani, 2012) e, secondo chi scrive, è un approccio più che promettente in particolare per quanto riguarda lo studio degli stati alterati di coscienza.

Neurochimica della Coscienza

Introduzione
Originariamente si pensava che la coscienza sorgesse in particolari regioni del Sistema Nervoso Centrale (SNC), come la formazione reticolare mesencefalica ed i nuclei talamici intralaminari; a tutt’oggi, sembra che essa sia generata dall’intero cervello, attraverso la sincronizzazione di imponenti network neuronali (Ward, 2011), quantunque alcune aree del SNC abbiano un ruolo chiave nell’integrazione anatomofunzionale da cui origina l’esperienza cosciente.

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