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Dare corpo alla Mente

L’affermazione del paradigma Cognitivista nelle scienze psicologiche ha dominato prevalentemente dagli anni ’50 fin oltre gli anni ’80, introducendo nuovamente l’interesse verso l’esplorazione di quella “black box”, ossia della mente umana, che le precedenti correnti teoriche avevano abbandonato a causa di un sostanziale scetticismo nella possibilità (ed utilità) di uno studio scientificamente fondato della stessa.

La famosa variabile intermedia nel trittico Stimolo-Organismo-Risposta, è stata così sviscerata dalle nuove scienze cognitive, basandosi su una visione computazionale del funzionamento mentale, in cui gli stimoli provenienti dall’ambiente vengono elaborati da un sistema centrale che successivamente predispone il soggetto ad una reazione verso ciò che lo circonda. In questa concettualizzazione appare quindi fondamentale l’idea di rappresentazione, ossia il prodotto di una traduzione delle informazioni senso-motorie provenienti dal mondo esterno, che permettono una sua riproduzione “interna” in un linguaggio amodale cioè indipendente dalle fonti sensoriali e percettive da cui deriva. Una tale considerazione della mente è stata paragonata da Hurley (1998) ad un sandwich, in cui le estremità sensoriale e motoria sono tenute in scarsa considerazione rispetto ad una parte “carnosa”, costituita dai processi cognitivi.
 Vi è già da vent’anni una certa insoddisfazione verso una prospettiva che relega il corpo ad una dimensione secondaria, ponendo il panorama cognitivista sotto l’accusa di un mentalismo che riduce la complessità delle interazioni tra un organismo, fatto di corporeità, ed un ambiente ricco di elementi difficilmente semplificabili come informazioni da digerire per un processore centrale. La prospettiva Embodied, che emerge attualmente, sebbene con molte correnti e versioni contrastanti, tende a riportare il corpo, le variabili percettiva e motoria, al centro del dibattito scientifico e come cuore fondante del sistema cognitivo. La matrice motoria e percettiva sarebbero anzi fondamentali per la costituzione di processi cognitivi, dando origine ad una vera cognizione incarnata, o meglio incorporata (Caruana & Borghi, 2013).
Il lato percettivo dell’Embodied Cognitition (EC) deriva dal pensiero fenomenologico di autori come Husserl o Meleau-Ponty, che vedevano nell’esperienza percettiva la componente sufficiente e necessaria per conoscere il mondo, ponendo l’analisi dei dati diretti verso la coscienza come fulcro del loro lavoro. Mentre sul lato motorio sono pensatori come William James, padre del funzionalismo e James Gibson ad aver perniato l’intera attività mentale umana sul versante dell’interazione con l’ambiente. La teoria alla base della psicologia ecologica di Gibson si presta bene ad esemplificare i punti principali dell’Embodied Cognition:
 
1. La percezione è diretta, non richiede rappresentazioni mentali;
2. La percezione serve per guidare l’azione;
3. Quindi l’ambiente deve fornire informazioni sufficienti a guidare l’azione. 
 
Immagine rimossa.
 
J.J. Gibson
 
Il concetto di affordances, che abbiamo citato anche nell’articolo precedente di queste rubrica, deriva appunto dall’idea che la percezione estragga dall’ambiente le informazioni di cui ha bisogno, non rappresentando quindi il mondo per come questo è, ma per come può “essere utilizzato” dall’individuo. Sebbene quindi la percezione sia un processo ben più rilevante in questo punto di vista, la componente motoria, vale a dire l’agire del soggetto, appare come l’elemento su cui si struttura tutto il sistema cognitivo umano. Parlare ora di mente o sistema cognitivo appare forse forviante, in quanto questo contenitore di informazioni, sembra avere dei confini piuttosto sfumati rispetto agli estremi sensoriali e motori che abbiamo citato prima,
quasi che questi due aspetti si amalgamassero per restringere la presenza di un fattore di mediazione tra i due. Possiamo infatti distinguere visioni interne più radicali che mettono in discussione e rifiutano l’idea di rappresentazioni mentali, proprie della psicologia cognitiva, o visioni che ridimensionano le rappresentazioni mentali, fornendone una visione legata all’atto, action oriented o come modelli anticipatori delle conseguenze motorie (Gallese, 2001). La prospettiva più moderata dell’EC salva quindi l’idea di rappresentazione ma ne rigetta la visione amodale, quasi platonica e dinisncarnata. La visione detta dell’enattivismo si pone in modo critico verso le due correnti in contrasto dell’EC, confutando l’idea che la percezione possa essere statica (come uno scatto da macchina fotografica) e che possa vincolarsi alla sola
modalità visiva: è necessario invece fondere la parte motoria e sensoriale per avere una concezione “esplorativa” verso l’ambiente. Infine un’ulteriore prospettiva detta “grounded”, basa i processi cognitivi sulla simulazione di stati percettivi e motori vissuti in precedenza, dando origine stati interni e azioni simulate discrete in cui non si può distinguere il versante sensoriale o motorio. Le posizioni radicali che eliminano le rappresentazioni mentali all’interno di una teoria della cognizione incarnata, possono effettivamente rivoluzionare il paradigma fondante della psicologia contemporanea, pur avendo basi nel suo retaggio storico, mentre la visione rappresentazionalista dell’Embodid Cognition discredita l’esistenza di un linguaggio proprio esclusivamente del pensiero, a favore di una cristallizzazione di stati corporei che fungano da vocabolario interno per l’individuo. Prendendo come esempio il lavoro di Rizzolatti (1988), che descrive un’ organizzazione della corteccia premotoria come un vocabolario di azioni, la visione di rappresentazioni incarnate attinge alla nozione di entità determinate all’interno del soggetto, che abbiano una sistemazione somatotopica, con coordinate temporali e spaziali in grado di attivarle, ma che siano anche influenzate dal contesto. È il caso delle risposte cerebrali dell’insula (Caruana, 2011) che mostrano reazioni affiliative solo se vi è contatto tra sperimentatore e soggetto durante la stimolazione elettrica. Sì deve quindi ristrutturare la visione di rappresentazione come entità corpo-fondate e dinamiche in grado di attivarsi e modificarsi nel tempo. Una visione del genere è in grado di scuotere anche aree di studio solitamente insensibili ad aspetti meramenti corporei, come quelle relative al linguaggio e alla cognizione sociale. L’ascolto di parole che riguardano l’interazione e la manipolazione di oggetti, attiva infatti anche aree relative al sistema motorio (Hauk et al., 2004), rendendo le aree semantiche permeabili ad un’influenza diretta dell’esperienza corporea.La teorizzazione dei “neuroni specchio” ha rivoluzionato la visione sull’empatia e dell’apprendimento sociale, mostrando come aree implicate nella progettazione ed esecuzione del movimento possano essere coinvolte come ponte tra la visione di noi stessi e degli altri, permettendoci cioè di cogliere in maniera diretta le somiglianze tra i nostri stati fisici e quelli altrui.