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Il Mozart della Psicologia

"Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l'ape fa vergonare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. ma ciò che fin da principio dinstingue il peggior architetto dalla magliore delle api, è il fatto che egli ha costruito la sua celletta nella testa prima di costruirla di cera"
                                                       (K.Marx)
 

L’importanza e la peculiarità della figura di Lev Semënovič Vygotskij all’interno della storia della psicologia risiede nella portata innovativa del suo pensiero, la cui originalità pose l’autore in contrasto sia col panorama scientifico che vigeva in Russia nel suo tempo sia, successivamente, con il clima di trasformazione più vastamente intellettuale e politico che il paese viveva nella prima metà del ‘900. Il percorso accademico di Vygotskij inizia, come per molti pionieri della psicologia, lontano dallo studio della mente, egli si laurea infatti in Giurisprudenza nel 1917 ad appena 21 anni, interessandosi nel periodo universitario di filosofia, di teatro e di letteratura. Per questo motivo al ritorno nel paese in cui era cresciuto, Gomel, sarà impegnato nella ricostruzione e riorganizzazione del sistema d’istruzione cittadino, duramente provato dalla rivoluzione in corso e dalla guerra, insegnando personalmente in molti istituti e occupandosi di critica teatrale. L’incontro con la psicologia si concretizza appunto grazie alla passione per la letteratura, che spinge il giovane insegnante a tentare un primo esperimento per misurare le variazioni nella respirazione dovute alle emozioni suscitate dalla lettura. La pratica intellettuale e sociale di questi anni dedicati allo studio della psicologia dell’arte gli consentono di partecipare con una relazione al secondo Congresso Panrusso di  Psiconeurologia nel 1924, con l’opportunità di conoscere i maggiori scienziati sovietici nel campo dello studio del comportamento. Sarà infatti qui che incontrerà per la prima volta Lurija, suo futuro allievo, il quale rimarrà già stupito per l’audacia e lo stile non convenzionale adottato dal collega. Il tono tenuto da Vygotskij infatti è molto diverso da quello cattedratico e formale tipico dell’ambiente scientifico del tempo, il giovane ricercatore parla senza appunti o fogli preparati, “senza mai dare l’impressione di cercare l’idea successiva nella sua memoria” e con una vena quasi artistica alterna argomentazioni ad espressioni metaforiche e riferimenti poetici. Ma altrettanto stupore è dovuto nei presenti per il tema del seminario tenuto da Vygotskij, in cui si criticano i capisaldi della psicologia sovietica ufficiale di Pavlov e Kornilov. Questi eminenti rappresentanti dell’accademia avevano fondato le proprie ricerche sul rifiuto dell’idealismo europeo e avevano denunciato l’impossibilità di qualsiasi pretesa di soggettivismo nello studio della mente, contrapponendovi un forzato razionalismo ispirato dal pensiero filosofico marxista sottostante. Le teorie propugnate, in particolare da Pavlov, facevano discendere i comportamenti complessi dai riflessi e dalle reazioni più semplici, come quelle descritte nell’apprendimento per condizionamento classico, il quale era alla base di tutto il sistema di comportamenti umani. Vi era infatti il desiderio di conciliare il materialismo storico, che derivava dalle tesi di Lenin e Engels, con le nascenti correnti di psicologia sovietica. Si ricorreva a procedure di ricerca quanto più possibile oggettive ma che finivano per ridurre qualsiasi spiegazione del comportamento ad un nesso di meccanismi (ironicamente Lurija ricorda ad esempio, che il concetto di memoria fu sostituito con quello di “ritenzione con riproduzione di una reazione”) e tralasciando gli aspetti creativi e personalistici dell’agire individuale.
In questo clima scientifico, durante il congresso del 1924, Vygotskij afferma invece la centralità dello studio della Coscienza per fondare la psicologia, rifiutandosi di considerarla come un mero epifenomeno della materia, ma come strumento di organizzazione dell’intera psiche. Evidenzia inoltre l’importanza del contesto sociale nella formazione stessa della coscienza, descrivendola come un rapporto tra “me” e “me come un altro”, cioè ponendo l’interazione con un nostro duplicato fittizio alla sua origine. Nonostante tali concezioni trasgressive, le capacità dimostrate gli valgono un posto presso l’Istituto di Psicologia di Mosca e un incarico nel Commissariato del Popolo per l’Istruzione, dove si avvia la sua opera verso i bambini con handicap, in quella disciplina che si chiamava all’epoca Difettologia. Gli anni successivi vedono l’intensa collaborazione con Lurija e Leont’ev, con i quali sviluppa un percorso scientifico nuovo, volto alla descrizione dell’influenza culturale e storica sui processi cognitivi da cui si originerà la cosiddetta scuola storico-culturale, una corrente che avrà grande risalto soprattutto dopo la prematura morte di Vygotskij. Sul finire degli anni ’20 fino al 1934, si apre infatti il periodo di maggiore sviluppo del pensiero dello studioso, che gli consente anche una brave notorietà internazionale, attraverso gli articoli sullo sviluppo infantile pubblicati su “Science” e sul “Journal of genetic psychology” e l’organizzazione di una spedizione scientifica nelle aree rurali dell’Uzbekistan e della Kirghiza. In queste regioni il processo di collettivizzazione sovietico permetteva di notare quale fosse l’effetto dei cambiamenti sociali sui rapporti umani sulle funzioni cognitive delle masse popolari. I lavori originati da quest’esperienza convincono Vygotskij e collaboratori del ruolo centrale dell’ambiente nell’emergere delle funzioni psicologiche superiori,  un processo in grado di innescare quei cambiamenti qualitativi che sono alla base dell’evoluzione della nostra specie. Sia il ragionamento che il pensiero o la percezione si sviluppano nell’essere umano con un progressivo distacco dalla sola realtà concreta, attraverso un passaggio di generalizzazione delle esperienze che conduce verso una maggiore astrazione e classificazione del mondo circostante. Queste osservazioni, unite al lavoro sui bambini, permettono a Vygotskij  di cogliere meglio e rinnovare il concetto stesso di sviluppo, dando ampio spazio anche alle componenti immaginative e creative tipiche di dell’infanzia, che lo studioso apprezza particolarmente vista la propria sensibilità artistica. Secondo lo studioso infatti, la creatività non è una caratteristica propria di pochi eletti, ma appartiene ed è esercitata da chiunque, il bambino cerca costantemente di risolvere la contraddizione tra il suoi bisogni personali e gli oggetti (o strumenti) che lo circondano ed è il gioco  a permettere l’esercizio di questa capacità, tramite l'apprendimento di regole e l'interazione coi contesti sociali nei quali sono espresse.
Le idee fondamentali di Vygotskij vengono successivamente esposte nei lavori “Storia dello sviluppo delle funzioni psichiche superiori”, “la scimmia, il primitivo e l’uomo”  del 1931 e “Pensiero e Linguaggio” pubblicato dopo la sua morte. In queste opere l’autore cerca di conciliare la prospettiva riduzionistica vignete, secondo cui ogni comportamento è generato dal legame stimolo-risposta (S-R), facendo ricorso al concetto di stimolo-mezzo. Egli si riferisce con questo termine agli stimoli specifici forniti dall’ambiente sociale e culturale che permettono un balzo in avanti nello sviluppo intellettuale del bambino. In questa cornice teorica ritornano tutte le costanti degli interessi di Vygotskij: dallo studio del retaggio culturale, al lavoro con i bambini, fino all’amore per il linguaggio e la letteratura. Lo stimolo-mezzo viene infatti descritto come uno strumento che il bambino utilizza per soddisfare le sue necessità, uno strumento che egli riceve dall’ambiente sociale ma che apprende a utilizzare autonomamente, interiorizzandolo. Gli strumenti sono quindi oggetti materiali che modificano l’ambiente, la realtà, ma che allo stesso tempo modificano la psiche di chi li adopera. Per questo Vygotskij insiste affermando che a diverse culture corrispondono diverse formae mentis, descrivendo come anche la funzione stessa della memoria umana sia diversa secondo il background di appartenenza dell’individuo. Lo sviluppo della civiltà ha portato all’uso di differenti supporti per migliorare la memoria umana: dai segni su sabbia e su superfici scrivibile, all’uso di bambole di terracotta per rappresentare  i personaggi durante la narrazione di un racconto (come in alcune culture africane), fino ai geroglifici, questi mezzi hanno modificato allo stesso modo la struttura  della memoria così come hanno trasformato la rappresentazione degli eventi e dei concetti in una data comunità. Il linguaggio diviene  l’esempio principale di stimolo-mezzo, utilizzato in primo luogo per interagire in un ambiente sociale e solo successivamente interiorizzato dal bambino, implementando lo sviluppo del pensiero. Primariamente infatti il soggetto impara a parlare attraverso il contatto con una realtà sociale, per rispondere e soddisfare i propri bisogni ed interagire con gli altri, ma in seguito diviene cosciente che l’utilizzo del linguaggio permette una migliore e più elaborata strutturazione del suo stesso pensiero, egli ha quindi iniziato utilizzando il linguaggio come mezzo, per poi interiorizzarlo (da un dialogoesterno si è passati cioè ad un dialogo interno).  
Questa prospettiva teorica, che rappresentavano il bambino come parte attiva del processo di apprendimento e sviluppo, fu sperimentata anche nel campo della difettologia e proposta poi dallo studioso anche nelle scuole, ponendo al centro il rapporto diretto e collaborativo tra alunno e insegnante. Il concetto di “ zona di sviluppo prossimale”, coniato in questo ambito, esplica la possibilità di un miglior apprendimento qual’ora si insegniamo al bambino nozioni che sono lievemente superiori alle sua possibilità attuali, sotto la guida di un suo pari o di un educatore che facilitano così una prgressiva acquisizione di conoscenza.  Nonostante queste brillanti  premesse, la morte di Vygotskij nel giugno del 1934 per tubercolosi, interromperà la diffusione del suo lavoro, che verrà anzi messo al bando a causa delle politiche restrittive sovietiche. Nel 1936 infatti la pedologia, ossia la corrente di psicologia dell’età evolutiva russa, fu bandita per decreto del Comitato centrale del PCUS poiché tacciata di essere una scienza d’ispirazione borghese non coinvolta nella lotta di classe. Tale accusa fu estesa alla psicologia e agli psicologi colpevoli di perpetrare una discriminazione classista con i test d'intelligenza, ed impedendo di fatto la conoscenza delle lavori più maturi di Vygotskij presso le nuove generazioni russe e in Occidente. Gli ultimi appunti dello scienziato erano però già stati requisiti pochi giorni prima della sua morte dalla NKVD, la polizia segreta sovietica. Fino ai primi anni ’50 la sola consultazione delle opere di Vygotskij presso una biblioteca rendeva necessario un permesso speciale. Nonostante egli si fosse ispirato al pensiero marxista e leninista nei suoi lavori, fu proprio una cattiva interpretazione delle sue tesi, giudicate avverse al marxismo ortodosso, a relegarlo ai margini del contesto scientifico sovietico. Secondo i critici egli aveva interpretato erroneamente lo sviluppo della mente umana, fondato e influenzato primariamente dalla cultura, quando seconde le tesi marxiste la mente è fondata esclusivamente in base al contatto con la realtà concreta e materiale.
La riscoperta dell’opera di Vygotskij si deve in primo luogo ad una ripubblicazione dell’opera fondamentale “Pensiero e Linguaggio” in Russia nel 1956 ad opera dell’ allievo Lurija, che ne modifico e epurò il testo per impedirne un’ulteriore censura e di una versione in lingua inglese del 1962 dove scompaiono i riferimenti ad Engels, Marx e Lenin. Solo nel 1990  si potrà infine godere di una versione integrale del libro proprio su traduzione italiana. L’impatto che la riscoperta di questo autore ebbe già negli anni ’60,  sia verso la corrente del Cognitivismo, sia in Russia con la il ritorno della scuola storico-culturale guidata da Leont’ev, testimoniano come egli sia stato definito il “Mozart della Psicologia” dal filosofo Toulmin, per i risultati che raggiunse già da giovane e per il profondo influsso che riveste tutt’oggi nella psicologia dell’età evolutiva. Altrettanto significativa è la relazione che Vygotskij ha intessuto con il contesto storico nel quale è vissuto, le alterne vicende che hanno portato ad un oscuramento della sua opera e ad una successiva riabilitazione, nonché lo scontro con l’ideologia dominante ed un constante sforzo di conciliazione con essa, dimostrano nella sua vita, ancor meglio che nelle sue ricerche, come la cultura possa influenzare lo sviluppo non solo del singolo ma anche dell’intera scienza.

  • Luciano Mecacci in “Storia della psicologia del novecento” Laterza - Bari 2000
  • Vygoskij - "Pensiero e linguaggio" - Editori Laterza – Bari- 2004
  • Lurija - “Il farsi della mente” - Armando Editore – Roma 1987