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La psicologia nel III millennio: nuove prospettive d’intervento

Di nuove tecnologie applicate all’ambito psicologico se ne parla ormai da un po’. L’uso di realtà quali le terapie via VoIP, la sponsorizzazione e la divulgazione effettuata tramite social, il proporre terapie a distanza tramite piattaforme di teleriabilitazione, e molto altro, sono oggi esperienze, se non comuni, conosciute nella vita professionale della maggior parte degli psicologi. Di queste nuove forme tecnologiche di intervento si è parlato sabato 24 novembre al congresso “La psicologia nel III millennio”, organizzato a Firenze da Tommaso Ciulli, Alessandra de Toffoli, Laura Berti e Luisa Vignozzi1. Senza scendere nel dettaglio dei singoli interventi, che hanno analizzato argomenti interessantissimi quali la Realtà Aumentata, la Realtà Virtuale, l’Intelligenza Artificiale e la Gamification, ci piace parafrasare l’intervento del dott. Lorenzo di Natale per riflettere sulla portata di queste nuove esperienze, nella nostra professionalità e non solo. Se è vero infatti che gli utenti connessi ad Internet nel mondo sono più di 4 miliardi di persone, vale a dire che oggi più della metà della popolazione mondiale è online, l’Italia si pone perfettamente in linea con le statistiche mondiali, registrando 43 milioni di persone attive online. Di questi, 34 milioni di utenti utilizzano social media2. Questo significa che il 73% degli italiani sono utenti internet e il 57% della popolazione italiana è rappresentato da utenti attivi sui social media. Ciò non può ovviamente passare inosservato quando pensiamo a come proporre, adattare e sviluppare la nostra categoria professionale. Già lo scorso anno un documento pubblicato dal CNOP3 trattava ampiamente la materia, riportando dati sui canali d’accesso alle informazioni, sulla psicologia digitalizzata, e fornendo le prime  linee guida per le prestazioni psicologiche a distanza e via internet (e di questo ce n’erano già occupati noi di Criticamente4). Ancora più interessante, a mio parere, sono i dati che provengono dall’infanzia, come i dati pubblicati dall’Ofcom nel 2017, che hanno come oggetto l’accesso e l’utilizzo dei media tra i bambini5. Secondo questi dati del Regno Unito, il 53% dei bambini tra i 3 e i 4 anni andrebbe online per una media di 8 ore a settimana. La percentuale sale col crescere dell’età: il 79% dei bambini tra i 5 e i 7 anni è online per circa 9 ore al giorno, il 94% tra gli 8 e i 13 anni è online più di 13 ore alla settimana, che diventano 21 ore per il 99% dei teenagers tra i  12 e i 15 anni.  
E’ stato Prensky a parlare per la prima volta di “nativi digitali”6, dando il via a molte discussioni e ricerche in merito. In particolare, sabato si è molto citato il professor Giuseppe Riva, che a proposito di questo, descrive i nativi digitali non sulla base della loro età anagrafica bensì in base alle loro effettive capacità. D'altronde in questo campo fa scuola Seymour Papert7, parlando della differenza tra confidenza nell’approcciarsi ed utilizzare uno strumento tecnologico ed effettiva competenza nell’ uso. Per cui, i vari video che ci sorprendono in cui assistiamo a “baby nativi digitali” alle prese con riviste o libri che non funzionano come dovrebbero (poiché non scorrono se si trascina l’indice sulla pagina o non si ingrandiscono se si allarga la superficie compresa tra indice e pollice8) non possono non farci riflettere sull’effettiva confidenza e facilità che queste nuove generazioni hanno nell’approcciarsi alla tecnologia. Una tecnologia che è già diversa da quella utilizzata dai nativi digitali di cui parlava Prensky: il computer rimane infatti uno strumento meno accessibile rispetto alle tecnologie touch quali tablet e smartphone che consentono anche ai più piccoli di superare barriere linguistiche o dovute alle capacità di coordinazione occhio-mano, accedendo direttamente ai contenuti digitali prima inaccessibili9. In particolare, le tecnologie touch hanno reinserito la corporeità all’interno delle nuove (ma soprattutto rispetto alle più diffuse) tecnologie. Non solo in qualità di psicologi dello sviluppo, ma anche interessandosi a queste generazioni come futuri utenti delle nostre prestazioni psicologiche, viene spontaneo interessarsi professionalmente (e non solo) sul capire in che modo i cambiamenti che coinvolgono l’uso di queste nuove tecnologie modifichino anche, e con quale profondità, il modo di pensare, di apprendere, di vivere la relazione con se stessi e con l’altro. Indubbiamente cambiano il linguaggio e la struttura della nostra mente: l’attenzione da sequenziale potrebbe essere modificata verso una capacità attentiva maggiormente “a salti” (a pop-up) così come le nostre capacità di apprendimento potrebbero farsi meno lineari e diventare maggiormente multitasking e visuo-spaziali: è ormai ampiamente studiato dalla psicologia scolastica come le nuove tecnologie abbiamo l’opportunità di modificare l’ambiente di apprendimento accedendo a canali altri rispetto a quello uditivo-verbale, in primis il visuo-spaziale (ma non solo). Le ripercussioni non sono solo a livello cognitivo ma anche socio-relazionare: nuove tecnologie come la Realtà Virtuale si presentano come maggiorente attive, coinvolgenti ed emotivamente stimolanti rispetto a tecnologie più classiche quali il televisore. Lo studio di queste nuove trasformazioni, l’effetto delle nuove tecnologie sulle nuove generazioni, le prime linee guida all’uso della tecnologia nella prima infanzia sono elementi nuovi ed estremamente interessanti che gettano le prime luci sulle infinite potenzialità di questi nuovi strumenti così come sulle accortezze che bisogna tenere in conto per limitarne i rischi, ad esempio legati allo sviluppo di nove dipendenze, alla scorretta ricerca e utilizzo di informazioni, a problematiche attentive o comportamentali fino a forme estreme di disagio come l’Hikikomori10. Per noi psicologi, rappresentano indubbiamente una sfida estremamente interessante e stimolante. 
 


                                                          
1 https://www.facebook.com/events/343695386389149/?active_tab=about. Per ulteriori informazioni: eventipsicologia@gmail.com
2 https://wearesocial.com/it/blog/2018/01/global-digital-report-2018
3 http://www.psy.it/wp-content/uploads/2015/04/Atti-Tipici_DEF_interno-LR.pdf
4 https://www.criticamentepsi.it/contenuto/nuove-tecnologie-e-promozione-della-professione-intervista-carolina-strada
5 https://www.ofcom.org.uk/__data/assets/pdf_file/0020/108182/children-parents-media-use-attitudes-2017.pdf
6 Prensky, M. (2001). Digital natives, digital immigrants part 1. On the horizon, 9(5), 1-6.
7 Papert, S. (1980). Mindstorms: Children, computers, and powerful ideas. Basic Books, Inc..
8 https://www.youtube.com/watch?v=aXV-yaFmQNk
9 Ripamonti, D., BAMBINI E TECNOLOGIE DIGITALI: OPPORTUNITÀ, RISCHI E PROSPETTIVE DI RICERCA (2016)MEDIA EDUCATION – Studi, ricerche, buone pratiche © Edizioni Centro Studi Erickson S.p.a. Vol. 7, n. 2, pp. 143-157
10 termine giapponese usato per riferirsi a coloro che scelgono di rinunciare alla vita sociale, ricercando livelli gravi di isolamento e confinamento