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Predatori e prede nella mente psicodinamica

Nei precedenti interventi ho parlato spesso dei modelli con cui oggi si cercano di definire la mente ed il comportamento umano, cercando da un lato, di rendere giustizia alle loro radici biologiche, mentre dall'altro si cerca di dipanare il loro essere inestricabilmente aggrovigliati in un constesto sociale e culturale. La Psicoanalisi e in senso lato il modello psicodinamico, oltre a fornire una visione in cui queste due componenti sono mirabilmente intrecciate è anche il versante teorico che da più tempo di occupa di definire un modello complessivo e congruente dell'agire individuale, estendendo le sue spiegazioni dai semplici comportamenti quotidiani alla psicopatologia.

 
Senza addentrarci nei meandri caotici delle disquisizioni teoretiche delle numerose correnti della stessa psicodinamica (e dei loro rapporti con le correnti alternative della Psicologia), vorremmo fornire qui un quadro affascinante di quelle che sono le principali intuizioni del "pensiero psicodinamico", per chi si è sempre chiesto cosa lo rendesse originale e vitale tutt'oggi senza però conoscere la Psicoanalsi e per chi potrà osservarlo sotto la luce della metafora che vi proponiamo.
A tratteggiare questa rappresentazione si è cimentato Luca Ricci, psicologo e specializzando in Psicoterapia Psicodinamica a Roma, che, anche in virtù della sua laurea in filosofia, cercherà di districare e farvi scorgere la belezza della "selva" che abbiamo in testa.
 
La psicodinamica invita a osservare la mente come la risultante di più forze in interazione e conflitto tra loro e, per tale motivo, tratteggia schemi più o meno articolati della psiche. In questi schemi vengono mostrate le “componenti” della psiche alle quali vengono assegnate, sulla base di raggruppamenti motivazionali, le forze in gioco.
Lontana, però , dal pensare che la mente sia “fatta” in questo o in quel modo, la psicodinamica si è interrogata su fenomeni che appaiono nel teatro privato della coscienza e sulla scena della commedia relazionale pubblica; nell’osservarli, ha tentato di andare oltre alla pura fenomenologia, cercando di reperire per ciascuno di essi una possibile configurazione interna e la sua genesi normale e patologica. Questa, dunque, non è “La” mente, ma una delle modalità attraverso le quali la mente concepisce sé stessa, è la mappa di un territorio, il “fenomeno” cui dobbiamo un “noumeno”, una piccola bugia per una verità indicibile, un delirio per una conoscenza.
Consapevole di questo, la proposta psicodinamica dice di una mente. Dice, nella sua versione psicoanalitica (qui lesinata, per ovvi motivi), di una mente che si dipana nel gioco di forze di un Io, un Es, un Super-Io e di una realtà esterna, costantemente in conflitto, perennemente alle prese con i propri impulsi crudi, violenti, teneri, ancestrali, di vita e di morte.
E tutto questo, altro non è che una tavola di un naturalista, con animali feroci, predatori e prede, prole e agonia della vecchiaia, branco e lupi solitari. In fin dei conti, la psiche è la continua evoluzione della specie finalizzata alla sopravvivenza. Con l’esito non sempre sicuro della presenza. Eccoci, dunque, nella foresta. In questa foresta l’unica preda è l’Io. Una preda scaltra, tuttavia, capace di apprendere i dati dalla realtà esterna e interna, capace di pianificare, memorizzare, dirigere l’attenzione su uno o più obiettivi, capace di fare un esame di realtà, di attendere la soddisfazione del bisogno e del desiderio. È tutto ciò che viviamo come pensiero logico, chiamato in psicoanalisi “pensiero secondario”. Le capacità sopra elencate, come appare ovvio, hanno una valenza adattativa fondamentale. È infatti tramite la percezione dell’ambiente esterno e il riconoscimento dei bisogni interni che l’organismo umano può orientarsi verso le mete che meglio si prestano alla loro soddisfazione.
Se nelle altre specie animali è possibile una congruenza tra bisogno e soddisfacimento, nell’essere umano il bisogno, ma soprattutto il desiderio, hanno destini più sfumati. In psicodinamica la modalità di funzionamento dell’Io è detta “principio di realtà” ed ha il ruolo di trovare un appagamento del desiderio, prevedendo l’”identità di pensiero”.
Per chiarire questo punto è necessario fare un passo indietro ed addentrarsi nella foresta. L'essere umano non arriva dal nulla, trova il suo predecessore in un animale del quale conserva appetiti e modalità di funzionamento. L'Io dell'uomo, così sofisticato e logico, nasce come organizzazione da una sindrome fenomenica a contatto col mondo esterno chiamata “Es”. Il termine “Es”, pronome neutro tedesco, rende ragione della natura impersonale, pervasiva e atemporale di questo ente. L’Es è l’origine delle pulsioni, dei moventi della vita e della morte. La pulsione è, perciò, una spinta ancestrale, la più ancestrale, volta sia al mantenimento della vita sia alla distruzione, auto ed etero. Il concetto di pulsione è differente da quello di istinto: è la rappresentanza psichica delle esigenze somatiche. Differentemente dall’istinto, inoltre, la pulsione non si esplica in catene comportamentali rigide, innescate da stimoli specifici, bensì dà luogo a comportamenti estremamente variabili e individualmente determinati. L’Es, quindi, ha un solo imperativo: la soddisfazione. L’esperienza di soddisfazione produce la creazione di una traccia mnestica, che è l’oggetto di soddisfacimento, il quale, con le sue qualità sensoriali, viene trattenuto. E è ad esso che si ritornerà, in via regressiva e allucinatoria, per tentare una successiva emergenza. L’Es, allucinando il trascorso percetto, ricerca l’”identità di percezione”. Se l'Io, evolutosi dall'Es nel tentativo di appagarne i bisogni, tiene conto delle limitazioni imposte dalla realtà ed ha la necessità di distinguere i vari precetti l'uno dall'altro, l’Es - cioè l'istanza ancestrale - rappresenta un mondo in cui significati, valenze e immagini si fondono tra loro. Questo è il "processo primario": un perenne crogiolo atemporale di immagini e sentimenti, fusi tra loro e organizzati secondo l'appagamento oniroide di impulsi arcaici, appartenenti tanto alla storia ontogenetica quanto alla filogenetica.
Torniamo nella foresta. L'animale Io, dunque, trova nell'essere pulsionale dell'Es la sua fonte di energia; energia che ha dovuto imparare ad imbrigliare e dirigere per non soccombere ai vincoli che la realtà impone all'assoluta libertà dei voleri.
L’'Io, però, non vive solo nella foresta, ma anche fuori da essa. Lontano dalla bestia arcaica fa parte di un branco di simili. Un branco in cui ci sono delle regole, in cui l'Io viene educato dai più anziani a rispettare determinati codici, a mettere in atto certi comportamenti ed a evitarne altri. Il gruppo dei più anziani prende il nome di Super-Io ed è ciò che rimane nel soggetto dei vissuti, reali e immaginati, delle relazioni significative nell'infanzia. Dato che anche gli anziani del branco derivano dallo stesso progenitore ancestrale, essi portano con sé parte della sua arcaicità, prescrivendo e proscrivendo in modo rigido, assoluto, valutando alla pari azioni e intenzioni.
Dopo l'Es e la realtà esterna, l'Io si trova ad essere preda di questo terzo padrone, del tutto sociale, ma non per questo meno bestiale. Le pulsioni primitive in cerca di soddisfazione devono fare i conti con ciò che il branco reputa “giusto” o “sbagliato”. Questo branco, che è il Super-Io, osserva l’Io tanto che, il suo sguardo inquisitore, non lo lascia mai solo. L’Io infatti lo conserva dentro di sé, in ogni parere che dà al suo e all’altrui operato, in ogni “non si fa”, in ogni “vorrei”. L’Io, quindi, ha un tribunale interno, che valuta la congruenza o meno dei suoi pensieri e delle sue azioni con ciò che è culturalmente adeguato. Derivando dalle prime relazioni con i caregivers, il Super-Io è la versione soggettiva degli atteggiamenti morali dei genitori, è la costruzione soggettiva dei “no” . Inoltre, dato che durante lo sviluppo l’estrema fragilità del piccolo e l’esperienza di dipendenza danno luogo al vissuto degli adulti come esseri onnipotenti , dai quali ci si attende indicibili punizioni, il Super-Io si manifesta, talvolta, anche come un tiranno, sadico e persecutore. Sono proprio le sue radici tiranniche a far sì che i desideri pulsionali subiscano una critica e un fermo alla loro espressione e possibilità di appagamento.
Questo è il quadro che a parer dell’autore la psicodinamica dipinge nella sua versione psicoanalitica: la foresta dell’apparato psichico. Come detto, è solo un quadro. Come per ogni conoscenza si deve accettare lo scarto esistente tra la rappresentazione e la realtà. Si deve sopportare la differenza tra le nostre certezze e la verità. Dopotutto, il miglior modello per costruire un gatto è il gatto stesso.