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Quando parliamo di disforia di genere (DG) entriamo nel complesso mondo dell'identità sessuale che, anche se non ne siamo consapevoli, parte a formarsi ben prima della nascita, quando i genitori, parenti e amici, sono curiosi di conoscere quale sarà il sesso della creatura. Pensiamo come questa scoperta inizi già a formare mondi possibili al nascituro, prima ancora che egli stesso possa capire qualcosa della sua esistenza: desideri e fantasie dei genitori, colore delle pareti della cameretta, vestitini, giochi, fino ad arrivare ad aspettative sociali e culturali su quello che dovrà o potrà essere.

Scorrendo tra i risultati di Google, è facile imbattersi in numerose pagine, forum, gruppi sui social network che trattano la tematica del narcisismo, spesso affidandosi al senso comune. Effettivamente, è sempre più probabile avere a che fare con chi possa essere definito narcisista, anche dai non addetti ai lavori, in quanto questo specifico disturbo di personalità sembra essere in crescita in tutto il mondo Occidentale, come riporta ad esempio uno studio di Jean Twenge.

La danza si declina in vari ambiti: uno di questi è quello di matrice sacrale o spiritualistica, in cui la pratica di movimento è un elemento centrale, ma non certamente unico, di questi istituti. La danza come veicolo privilegiato per il raggiungimento di uno stato alterato di coscienza, come mezzo catartico attraverso cui esprimere un conflitto storicamente e localmente condizionato, come atto apotropaico, come strumento di guarigione da convinzioni demonopatiche, è stata centrale nell’evoluzione delle società umane, così come lo è adesso (sebbene in modo minore): tuttavia, è molto raro trovare questa accezione di danza nelle società moderne, soprattutto se urbanizzate e industrializzate. Evidenze in grado di testimoniare la presenza di rituali complessi che coinvolgono, ma non si esauriscono con la danza, provengono dall’Africa, dall’America Latina, dal Medio ed Estremo Oriente: proprio in questi territori si è assistito ad uno sviluppo intenso di cerimonie in cui il movimento era un elemento centrale (Sironi & Riva, 2015).
Gli esseri umani condividono, prescindendo dalla loro cultura di appartenenza, una molteplicità di codici che spesso si declinano localmente: una di queste forme di espressione, universalmente condivisa ma culturalmente differenziata, è la danza. Che sia ricreativa o praticata come disciplina di intrattenimento e spettacolo, o ancora come parte di estesi rituali culturalmente situati, questa acquisisce un significato equiparabile ad un prodotto, o meglio ancora, ad un bene intangibile.

Il semiologo russo Jurij Lotman negli anni 50 sosteneva l’interessante tesi di come i comportamenti, le emozioni e i pensieri di persone all’interno di un determinato contesto sociale siano in continuo confronto con un sistema di autorappresentazione.