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Breve guida alla visione di Inside Out

Sabato pomeriggio davanti al computer visione in streaming dell’ultimo lungometraggio Pixar, Inside Out. Dopo un’ora e mezza letteralmente a bocca aperta. Il film diretto con la consulenza di neuroscienziati e psicologi è un piccolo capolavoro dal messaggio potente e da una sapiente originalità nel mescolare precisi rifermenti scientifici con una fantasia che cattura. 

Da “scienziato” della mente proverò a buttarvi giù un decalogo di riferimenti alla teoria della psicologia presenti nel film, così da aiutarvi a gustare questa “chicca” fino in fondo.

1. Il ruolo delle emozioni: Il film riprende sapientemente la teoria delle cinque emozioni di base: gioia, tristezza, paura, rabbia e disgusto ci sono state donate da madre natura per affrontare il mondo esterno (out).

Disgusto primitivo e secondario per tenerci lontani dal pericolo dell’avvelenamento e per evitare il cibo scaduto della mensa universitaria.

Rabbia per affrontare i predatori con le zanne e gli artigli e quelli più pericolosi in giacca e cravatta.

Paura per schivare il morso del serpente nascosto tra le foglie e lo schiaffone dell’ex fidanzato/a.

Gioia, quella di una scimmia che trova un albero ricco di frutti e grazie a questa emozione si ricorderà più facilmente la strada per ritornarci. Oppure la gioia che ripaga la fatica di dieci chilometri fatti a piedi con il sapore fresco dell’acqua di una fontana nel deserto.

Poi? La tristezza, ma a questa ci arriveremo in seguito.

2. Il sonno: il sonno non è rappresentato come un fenomeno passivo. Il suo ruolo fisiologico è perfettamente descritto. Nella fase Non REM il sistema nervoso centrale, durante l’assenza di coscienza, svolge la sua opera di consolidamento delle informazioni acquisite durante il giorno attraverso il loro trasferimento nella memoria a lungo termine, gigantesco archivio che definisce la nostra identità.

Il sonno REM teatro dei sogni utili a comprendere noi stessi: una messa in scena Freudiana dove i ricordi della giornata si mescolano con quelli antichi attraverso sequenze che non seguono i binari di spazio e tempo e della logica.

3. Meccanismo del sogno: Riley si sveglia dopo aver sognato il pagliaccio evaso dall'inconscio, ma i meccanismi attraverso cui opera il sogno trasformano il ricordo dell’incubo. L’immagine “proibita” riapparsa dal passato si trasforma e viene distorta per renderla più accettabile. (la bimba esclama: “oddio che incubo, cos’era un orso??”.

4. La voragine scura dell'inconscio: nel buco nero si perde la coscienza di esperienze passate. Mostri e segreti vengono imprigionati lontani dall’occhio indiscreto della torre di controllo per evitare il loro impatto devastante sulla vita quotidiana. Eppure durante la notte, allentata la sorveglianza della censura ( i due poliziotti), i ricordi del subconscio riappaiono prepotenti sulla scena dei sogni di Riley.

5. La memoria a lungo termine: la memoria a lungo termine (MLT) è “il luogo della mente” dove vengono immagazzinati tutti i nuovi apprendimenti che si trasformano in “ricordi” consolidati e recuperabili all’occorrenza. Rispettando la neuroanatomia reale, il film rappresenta i labirinti della MLT vista dall’alto come i giri ed i solchi della corteccia cerebrale, parte superiore (sia anatomicamente che funzionalmente) del sistema nervoso centrale.

6. Amico immaginario: Nel film è rappresentato magistralmente il ruolo dell’immaginazione. L’immaginazione è spesso sottovalutata, anche da parte della psicologia. Questa invece è uno strumento cruciale: permette, infatti, all’essere umano di trovare soluzioni creative ed originali per fronteggiare i problemi (il razzo di Bing Bong riporta Gioia fuori dalla voragine dell'oblio).

7. Eccessi dell’amico immaginario: a volte la nostra immaginazione (se ne viene fatto abuso) può condurre la mente in pericoli seri. L’identità delle nostre emozioni ed i contorni delle nostre idee si confondono nei meandri del pensiero astratto (rischio di distruzione corso dalla mente di Riley che viene guidata da Bing Bong fuori strada). Frammentazione non oggettiva, destrutturazione, bidimensionalità, ed assenza di figura dotata di senso sono gli steps verso la perdita dell’unità dell’Io fino ad arrivare alla psicosi ed alla schizofrenia.

8. Idee prevalenti: avete presente la bella pensata della protagonista di scappare per tornare alla vecchia casa? Nel film una lampadina viene piantata da Rabbia nel pannello di controllo e nessuno, o quasi, riesce a levarla. In psicologia clinica questo tipo di fenomeno è definito “idea prevalente” e può diventare patologico se protratto nel tempo fino a trasformare un pensiero in un’ossessione.

9. Le isole della personalità: nell’ infanzia di Riley si sono create cinque isole che rappresentano i suoi valori guida. Ricordi così importanti da essere diventati le ispirazioni fondamentali del suo comportamento. Durante la preadolescenza (tempo di svolgimento del film) le isole crollano. Ma quella distruzione per quanto drammatica ha un suo senso. Il crollo delle isole infatti è la precondizione per cui, passata l’infanzia, se ne formino di nuove, utili a guidare le nostre esperienze nell’età adulta.

10. Scenografia: magistrale è il modo in cui il cervello è simbolizzato nel set del film. Il labirinto della memoria a lungo termine rappresenta la corteccia celebrale, sede degli apprendimenti consolidati e dei ricordi. Le scale ed i muri delle stanze hanno la forma del DNA, mattone della vita. Il pensiero che viaggia nel nostro cervello da gruppi neuronali ad altri attraverso veloci impulsi elettrici è figurato con un treno che si muove agile attraverso la corteccia cerebrale. Ed infine la cabina di controllo riprende la teoria di Baddeley sulla memoria di lavoro ed il suo esecutivo centrale. Per Baddeley infatti la working memory, locata nelle circuiterie della corteccia prefrontale, sarebbe il centro di controllo del pensiero, deputato a gestire, smistare e manipolare un’enorme quantità di informazioni.

Infine arriviamo alla tristezza: altra emozione donataci dall’evoluzione al fine, ad esempio, di permettere ad una madre di piangere il proprio cucciolo scomparso e di legarsi alla prole o a tutti noi di fermarci dopo una perdita, per interiorizzarla ed andare avanti più saggi.

In un mondo che ci vorrebbe sempre felici, di plastica, con il sorriso finto stampato sulle labbra, Inside Out riafferma il diritto ad essere tristi ed autentici. Tristezza nel film è colei che riflette, consola l’amico immaginario (“Era triste così ho ascoltato”), ma soprattutto dona ai ricordi il colore blue e malinconico della nostalgia, unico strumento per apprezzare il valore di ciò che abbiamo.

Mentre Riley ripensa al passato perduto, dolce e triste, che non tornerà più, finalmente trova il coraggio di abbracciare i genitori e ricomincia a vivere la sua nuova vita di adulta. Una vita costituita da emozioni complesse, sfaccettate e più mature dove non c’è più spazio per le gioie assolute o le paure inconsolabili dell’infanzia.

Ed io spettatore? Alla fine grazie a questo piccolo capolavoro metto da parte un po’ dell’insensibilità in cui questo mondo senza emozioni mi ha imprigionato e mi concedo una lacrimuccia.