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Le emozioni distruttive

Le emozioni distruttive: la rabbia, il desiderio, l'illusione
 
Premessa: il seguente articolo non tratta prettamente gli ambiti della psicologia sociale, ma propone una visione integrata che prende spunto dagli ambiti dell'antropologia culturale, dall'antropologia delle religioni nello specifico dalla filosofia buddista. Considerando le dinamiche di gruppo, non possiamo non soffermarci sull'agire sociale del singolo: complesso, sfaccettato, pluridimensionale.
 

 
L'individuo vive la propria dimensione interiore e la comunica sia consapevolmente sia preterintenzionalmente: se da un lato, ricevendo gli input ambientali ed interni, vive l'emozione in prima persona decidendo o meno di condividerla, dall'altro la fa trasparire attraverso l'espressione, la gestualità, la prossemica o la postura. Famosissimi in questo ambito sono gli studi di Paul Ekman sull'universalità dell'espressione facciale delle emozioni di base, fondamento dell'empatia umana presente in ogni cultura, ed in particolare sull'insorgenza delle micro-espressioni che tradiscono l'emozione provata dall'individuo per quanto questi cerchi di mascherarla. Tali cambiamenti inviano segnali più o meno palesi a chi li osserva, provocando di rimando all'osservatore la stessa emozione. In una certa misura le emozioni possono essere “contagiose”, alcune più di altre (in base al contesto in cui insorgono, alla forza con cui vengono espresse o all'importanza che riveste l'altro per noi). Sono questi, dunque, i presupposti che rendono sensata la domanda: se un individuo fa un'esperienza forte delle emozioni distruttive, egli può influenzare negativamente il proprio ambiente e “trasmetterle” ad altri?
 
Lo spunto di partenza per tale riflessione è stata la lettura di “Emozioni distruttive”, un saggio di Daniel Goleman e del Dalai Lama come sunto dell'omonimo incontro del 2000 fra luminari della scienza occidentale in neuroscienze, psicologia, filosofia (fra i presenti: Richard Davidson, Paul Ekman, Mark Greenberg, Owen Flanagan, Francisco Valera) e studiosi meditatori buddisti. Lo scopo del seminario era, appunto, chiarire cosa si intende per emozioni distruttive in Oriente ed in Occidente, comprenderne i substrati neurali e capire come combatterle nella società anche con l'aiuto delle pratiche buddiste. Ammetto un'iniziale scetticismo, poiché fin da subito viene palesato l'intento di creare un programma che aiuti le persone a “sradicare” le emozioni negative e coltivare quelle positive: termini, che se non chiariti, evocano un'impressione superficiale di semplicistico approccio “think positive” e di repressione delle emozioni, entrambi fattori che poco aiutano a risolvere problematiche concrete. Tuttavia, procedendo con i resoconti degli incontri, si approfondiscono i termini e viene offerta un'interessante prospettiva sull'individuo sociale e sulla sua importanza. Innanzitutto conviene chiarire cosa si intende per emozioni negative: esse non sono banalmente quegli stati d'animo che provocano sensazioni spiacevoli, ma filtri che influenzano la percezione della realtà. Non sempre, infatti, l'illusione o il desiderio (che non sono emozioni propriamente dette nella concezione occidentale) generano sofferenza immediata come può invece accadere per la rabbia, ma gli effetti di essi da soli o combinati hanno effetti negativi sulla persona. La filosofia buddista li definisce i tre veleni della mente: essi sono “stati afflittivi della mente”, cioè condizioni in cui la catena percezione - processo cognitivo – reazione è in stato di alterazione e produce effetti per l'individuo e coloro con cui interagisce diversi da quelli che si avrebbero in una condizione di equilibrio emotivo-intellettuale. Per chiarire meglio: nel momento in cui insorge la rabbia, questa altera la capacità di percezione degli stimoli poiché porta a discriminarli meno e peggio dandone una connotazione più minacciosa ed aggressiva di quanto sarebbero in realtà. Lo stesso vale per il processo cognitivo di elaborazione dei percetti, ugualmente distorto dalle aspettative e più impulsivo, ragion per cui la valutazione sarà carente nell'integrazione delle informazioni e troppo affrettata del processo di ragionamento (portata a mancare passaggi logici). Per descrivere questo specifico fenomeno, Ekman parla di “periodo refrattario” in cui lo stato psicofisico è talmente alterato dall'emozione da non riuscire a recuperare le informazioni in memoria necessarie alla adeguata contestualizzazione dell'evento scatenante. Sarà ovvia la conseguenza di una reazione eccessiva ed inadeguata agli stimoli. Analogo procedimento vi sarà per illusione e desiderio: nel caso della prima l'equilibrio è scosso fin dalla percezione per definizione alterata della realtà secondo un'aspettativa non realistica, il secondo invece focalizza l'attenzione nei confronti di un oggetto esaltando le sue qualità positive e portando ad ignorare le caratteristiche sgradite che in realtà possono essere prevalenti; in entrambi i casi l'elaborazione cognitiva sarà scorretta e porterà a reazioni non adeguate. Tale interpretazione degli stati afflittivi/negativi è frutto della discussione di cui sopra e dell'integrazione fra la visione cognitivista occidentale e le intuizioni in ambito di teoria della mente buddista. Quest'ultima ha la particolarità di essere teorizzata ed approfondita mediante la prassi, cioè le tecniche di meditazione codificate dalle svariate tradizioni buddiste: in merito sono state svolte ricerche neuroscientifiche le quali hanno evidenziato che per ognuna di esse (che, focalizzandosi su vari elementi della mente, indagano diversi processi mentali ed interventi su di essi) vi è un differente pattern di attivazione neuronale ed un marcato effetto psicofisiologico. Non si tratta di semplice rilassamento, ma di training intensivo di vari processi mentali che dunque riescono ad essere isolati e praticati per estirpare i “tre veleni” e coltivare stati positivi quali la compassione e l'equilibrio mentale. Al di là della terminologia che può sembrarci lontana, in Occidente sono da tempo state messe a punto pratiche con una finalità molto simili: la psicologia cognitivista ha introdotto un concetto affine ad “afflizione mentale” che conosciamo come stile attribuzionale disfunzionale. La similitudine principale sta proprio nel fatto che, per abitudine, gli individui tendono ad interpretare gli stimoli e a reagire interponendovi processi cognitivi distorti che, proprio per la loro ricorrenza frequente, fissano delle aspettative che alterano il processo già dalla percezione. Fatte queste premesse, possiamo capire meglio come le “afflizioni mentali” radicate e (usando il linguaggio buddista) coltivate quotidianamente possano recare serie difficoltà nell'agire sociale, sia all'individuo che vive male il contesto e sé stesso sia ai soggetti con cui egli interagisce. Questi ultimi, proprio per il processo di empatia di cui si parlava prima, tenderanno a rispecchiare le emozioni del primo: una persona arrabbiata provoca rabbia in coloro che vivono il suo approccio aggressivo, così come un illuso diffonderà frustrazione e chi prova desiderio trasmetterà gelosia e smania di possesso inappagante. Tutti, in fondo, possono trovare motivazioni per provare emozioni negative, possono avere distorsioni nell'interpretazione della realtà e un equilibrio emozionaleintellettivo non stabile. È a questo punto che sorge una riflessione basata sul vissuto quotidiano: si può osservare un notevole aumento nell'espressione aggressiva, della frustrazione e dell'isolamento individualistico all'interno della società. Tentando di fare un analisi che tiene conto dei fattori storico-economici oggettivamente difficili, ma cercando di trascenderli, non si può non notare l'utilizzo di queste emozioni negative che si fa in politica e di quanto esse facciano presa fra le persone. Il leader politico, infatti, funziona come catalizzatore di tali emozioni: in base a come le elabora e le indirizza può farle confluire contro un nemico, galvanizzare i suoi seguaci o trasformarle in energia costruttiva. Sono i primi due scopi, oggigiorno, ad essere maggiormente perseguiti e questo ha una ricaduta sullo stile della comunicazione dei leader: essi si rapportano alla società esponendo ed esasperando il lato emotivo della comunicazione non verbale, in particolare di quelle aggressive. L'empatia che suscitano nell'ascoltatore, il quale come detto prima ha fatto esperienza delle stesse emozioni e può avere motivazioni per esperirle nuovamente, lo porta a distogliere la propria attenzione dal contenuto verbale della comunicazione che diventa uno di quegli stimoli oscurati dalla distorsione provocata dall'afflizione emotiva. Il leader diventa quindi uno stimolo per una pratica sempre più frequente di questo stile attribuzionale nei singoli, i quali fra loro agiscono da moltiplicatori empatici che sistematicamente eliminano lo stimolo verbale e focalizzano la propria energia sull'odio nei confronti del “nemico” designato dal leader. Con questa riflessione non si cerca certo di sminuire l'importanza di fattori scatenanti alla base di questi fenomeni come la crisi politico-economica, ma si da una prospettiva dell'influenza emotiva potenzialmente distruttiva che questo modello di comunicazione fornisce. In conclusione, pensando alla violenza sociale dilagante in situazioni globali così complesse, concordo con la prospettiva di intervento del Dalai Lama: la riflessione approfondita sulle proprie emozioni negative può portare a diminuire la loro influenza sulla nostra vita interiore e di conseguenza il nostro agire sociale, ma la sfida principale sta nel coltivare le proprie emozioni positive ed equilibrate affinché proprio questo diventi il nostro stile attribuzionale principale. La fiducia, la riflessione corretta e la capacità di incanalare le energie prodotte dalle emozioni in scopi costruttivi può essere senz'altro uno dei fattori che contribuisce al miglioramento sociale collettivo.