Salta al contenuto principale

A proposito di stereotipi. Piccola analisi di “Io e Lei” di Maria Sole Tognazzi

Adoro essere ridotta ad uno stereotipo culturale.”

Questo diceva Allison ad Alvy in uno dei più grandi capolavori del cinema, oltre che di Woody Allen: Io e Annie.
Esiste la possibilità di fuoriuscire dagli stereotipi? Anche nel commentare, recensire, dirigere, interpretare un film ci è data questa possibilità? Io credo di no.
Ognuno di noi cresce sviluppando convinzioni e aspettative a proposito delle caratteristiche tipiche di uno o più gruppi sociali; dell’esistenza di questi processi - definibili “euristici” in quanto di semplificazione del pensiero - di quanto essi permeino costantemente le nostre relazioni, ce ne accorgiamo di solito (o solo) quando riguardano il nostro gruppo di appartenenza e hanno valenza negativa. Nessuno è escluso.


Anche la vita di coppia (e le fasi che essa può attraversare) è da sempre un tema che vede nella forza degli stereotipi sociali e culturali la principale fonte delle argomentazioni portate avanti nelle discussioni che la riguardano.
Il dibattito, attualissimo in Italia, sull’introduzione di leggi che estendano diritti e doveri delle coppie eterosessuali anche alle coppie omosessuali è esemplare per verificare quanto i contenuti del nostro pensato subiscano un’inevitabile influenza ad opera degli stereotipi che ci appartengono, che lo si voglia o meno.


Ma veniamo al film. Io e Lei è il primo film scritto, diretto e interpretato in Italia ad avere come protagoniste una coppia di donne di oggi, in questo caso mature, unite in una relazione stabile da 5 anni e conviventi a Roma. 
La regia invita: Maria Sole Tognazzi, regista giovane e apprezzata anche dalla critica già per “L’uomo che ama”, “Passato prossimo” e “Ritratto di mio padre”; il suo ultimo film prima di Io e Lei è stato “Viaggio sola”, vincitore del Nastro d’Argento per la miglior commedia 2013, dove la protagonista femminile era proprio Margherita Buy.
Chi ha visto il trailer saprà già che aspettarsi da Io e Lei un film drammatico più che comedy è un errore. Il film è uscito il 1 di Ottobre, fin dalle prime clip si era intuito che la sfumatura prevalente delle battute in pellicola sarebbe stata quella dell’ironia e il trailer ce lo conferma. Tutto insomma ci prepara ad una commedia sentimentale, tuttalpiù. 

https://www.youtube.com/watch?v=cquDh4tHR7A

Una grande commedia era stato “Il vizietto”di Edouard Molinaro che, nel suo adattamento cinematografico di una commedia di Jean Poiret, aveva sdoganato nel Belpaese -dopo averlo fatto in Francia- quasi 40 anni fa ormai, la coppia omosessuale declinata al maschile, mirabilmente interpretata allora da Michel Serrault e Ugo Tognazzi, proprio il padre della regista di Io e Lei
La scelta all’epoca del titolo Il vizietto per la versione italiana del film di Molinaro ci suggerisce ulteriori riflessioni sulla possibilità di ribaltamento degli stereotipi: se all’inizio del film lo spettatore interpretava il titolo solo come un riferimento all’omosessualità - nel linguaggio comune si usava spesso l'espressione "vizietto" per indicare proprio l'omosessualità – alla fine del film si era portati a viverlo con riferimento all’eterosessualità, cioè esattamente nel senso opposto. Albin infatti, uno dei due protagonisti, discute più volte con il compagno accusandolo con ironia di lasciarsi prendere dal "vizietto" ogni volta in cui prova attrazione per un personaggio femminile.
Maria Sole Tognazzi in una delle interviste rilasciate prima dell’uscita di Io e Lei, interrogata sulle connessioni tra questo e il noto film interpretato dal padre, ci aveva preparato ad una delle altre caratteristiche più discusse dai critici del suo film, cioè la quasi totale assenza di fisicità e passione tra le due donne, amanti e compagne di vita; ci aveva preparato definendo il suo film :

“un pudico, gentile, ma lontanissimo omaggio a uno dei primissimi film a sdoganare, 36 anni fa, l’immagine della coppia omosessuale.”


Usufruisco dello sconto donna del lunedì, la sala quasi piena, pubblico prevalentemente femminile (particolare non necessariamente prevedibile) e il film inizia.

 

Immagine rimossa.

Le due donne si incontrano davanti all’ascensore, si guardano, c’è una prima tensione tra loro, sono credibili nella gag in cui fingono di non essersi mai conosciute pur entrando nella stessa casa, un grande appartamento su due livelli all’ultimo piano di un palazzo romano che già ci lascia intendere il complessivo benessere economico della coppia. Si scorge un terrazzo lussureggiante, gli interni sono arredi dal design ricercato, il gatto di razza, Bengala. C’è un primo, pudico -per non dire freddo- bacio, scambiato sul divano davanti al televisore. 
La storia, già anticipata nel trailer, procede e ci presenta queste due donne nella loro routine quotidiana: Marina (Ferilli) ex attrice, ora imprenditrice di successo nel mondo della ristorazione bio - take away, e Federica (Buy), che fa l’architetto in uno studio associato. 
Le due donne ci scorrono davanti nella loro quotidianità, poi la crisi, fino all’epilogo finale, che ovviamente non anticipo.
Senza addentrarsi troppo nei momenti chiave della trama, si può certamente dire che ci sono alcuni particolari, di grande pregio, che accennano ad una profondità della storia dei rapporti tra i personaggi (non esplorata), una profondità che avrebbe reso questa commedia meno leggera certamente, ma sicuramente più degna di nota. 
Ad esempio: Federica a letto legge, guarda caso, “Troppa felicità” della scrittrice premio Nobel per la letteratura 2013, Alice Munro; Federica, tra tutti i libri che poteva avere in mano sceglie proprio un’opera della piena maturità della scrittrice canadese, guarda caso quella in cui più ha abbandonato i classici cliché romantici. Guarda caso quella in cui scrive:

Ci ripetiamo spesso che esistono cose imperdonabili, o delle quali non ci perdoneremo mai. Non è vero: non facciamo altro.”

Federica legge “Troppa felicità” proprio nei momenti in cui ci viene più visivamente descritto l’attuale equilibrio in cui si trova questa coppia normale, immersa come tante nelle proprie routine fatte di lavoro, cinema, palestra, amici, pranzi e cene con le reciproche famiglie; due persone, entrambe economicamente indipendenti e realizzate che vivono insieme ormai per il quinto anno consecutivo e convivono con il passare degli anni e l’inevitabile cedimento del corpo, dell’udito, della vista.
L’inizio fulgido di questo rapporto, come Marina e Federica si siano conosciute (Federica ha un ex marito, interpretato da Ennio Fantastichini, e un figlio) ci viene completamente celato anche nella narrazione indiretta. 
Come mai la passione tra le due donne non si scorge nella trama? 
Viene da chiedersi se questa scelta sia stata dovuta ad un adattamento della vita di coppia lesbica che la regista ha voluto fare ad uso e consumo dell’ immaturo pubblico italiano, o se sia invece una scelta voluta, desiderata e utile per comunicare allo spettatore in quale momento dell’amore si trovino le due donne, un momento della vita in cui nella coppia il sesso non ha necessariamente centralità nel quotidiano vivere, non è più importante da sottolineare dei piccoli gesti quotidiani, fatti di caffè a letto, di weekend fuori porta, di tutto l’insieme che culla e rende vera un’unione. 

Immagine rimossa.

Nella prima discussione che esplicita la possibilità di un tradimento abbiamo un deciso segnale che questa scelta possa essere spiegata così: quando Marina, rivolgendosi ad una coppia, che al ristorante aveva assistito sorridendo alla discussione, tuona affermando quanto non ci sia niente da guardare considerando che la maggioranza delle coppie dopo tanti anni insieme può attraversare una crisi, anche a causa di una terza persona. 

Purtroppo però, se Il vizietto fu un film notevole, un piccolo capolavoro della commedia che ben si era guadagnato la sua candidatura all’Oscar e i premi conseguiti (Golden Globe e Donatello, oltre al pregevole remake del ‘96 “Piume di struzzo” con Robin Williams) non si potrà dire lo stesso di Io e Lei, che pur nel pregio di aver iniziato il grande pubblico italiano all’idea di una coppia di donne che si amano sceglie quasi sempre riferimenti (vedi il cameriere filippino gay) e battute molto facili. 
Nonostante l’ottima prova della Ferilli, gli accenni all’omofobia interiorizzata della Buy Io e lei non raggiunge mai i livelli di una commedia sentimentale acuta, brillante, ricercata - obiettivo che per regia e capacità delle attrici era sicuramente raggiungibile. 

*Per la cronaca…nel pluripremiato La Vie d'Adèle la sala non era quasi piena: era gremita, ma soprattutto c’era un pubblico maschile molto, molto più numeroso… sarà stato il trailer? Chissà, guarda il caso, sempre a proposito di stereotipi…